Il Tirreno

Pisa

Operazione riuscita ma prende l’epatite C Ospedale condannato

di Pietro Barghigiani
Operazione riuscita ma prende l’epatite C Ospedale condannato

Paziente aveva contratto l’infezione durante l’intervento Il risarcimento di 40.000 euro per danno biologico

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PISA. Aveva risolto il problema alla tiroide grazie ai medici del Santa Chiara.

Solo che una volta tornato a casa si era materializzato un altro guaio serio per la sua salute già provata da un’operazione: aveva preso l’epatite virale C, in una forma particolarmente acuta da costringerlo a un anno di cure.

La causa. Il paziente, un operaio che ora ha 38 anni, residente nella provincia di Salerno, aveva fatto causa all’Azienda ospedaliera ritenendola responsabile dell’infezione contratta durante il ricovero. Il giudice, Eleonora Polidori, gli ha dato ragione condannando l’Aoup a risarcirlo. Il conto è sui 40.000 euro.

Una somma che mette insieme il danno biologico, aumentato con gli interessi, le spese per i futuri controlli e quelle sostenute per affrontare il contenzioso davanti al Tribunale di Pisa.

La vicenda. La storia dell’infezione contratta in sala operatoria risale all’estate 2006. Il paziente il 28 luglio viene sottoposto a un intervento di paratiroidectomia.

Torna a casa e quando esegue dei controlli di routine «gli riscontravano una severa ipertransaminasemia e veniva ricoverato all’ospedale di Salerno dove diagnosticavano “epatite virale acuta Hcv relata” - è la contestazione scritta dell’avvocato –. Prima di subire tale intervento chirurgico, era stato ricoverato in tre diverse strutture ospedaliere (Ospedale di Battipaglia, Casa di Cura Villa del Sole di Salerno e Ospedali Riuniti di Salerno) i cui esami avevano sempre escluso ogni possibile patologia a carico del fegato».

Questa è la premessa della citazione a giudizio che viene formalizzata nel gennaio 2009 davanti al Tribunale civile di Pisa.

L’ospedale si difende. L’Aoup rifiuta il collegamento intervento-infezione «sostenendo il rispetto di tutte le norme igieniche e la mancanza di qualsiasi prova circa il nesso di causalità tra l’infezione contratta dal paziente e l’intervento chirurgico subito dallo stesso, atteso che l’epatite da Hcv è trasmissibile in una molteplicità di modi e può derivare da cause che possono verificarsi nella vita di tutti i giorni in ogni normale persona».

Consulenza decisiva. Per dirimere la controversia il giudice nomina un consulente tecnico che esamina le cartelle cliniche e visita il paziente, soddisfatto per la tiroide, ma infuriato per l’epatite C diagnosticata nel settembre 2006.

Il consulente evidenzia che il periodo di incubazione del virus C varia da 5 a 12 settimane dal momento dell’esposizione.

Prima del ricovero al Santa Chiara, l’operaio in un altro ospedale avrebbe potuto infettarsi con l’esame esofago-gastro-duodeno-scopico effettuato il 19 maggio 2006. Ma questa ipotesi non viene considerata percorribile.

Probabilità al 90%. «Valutati i tempi dei due atti medici, l’epoca dello screening positivo (settembre, ndr) e i tempi di incubazione del virus, il Ctu riteneva accertato al 90% che l’infezione fosse stata contratta presso l’Aoup – si legge nella sentenza –. In quanto, altrimenti al momento del ricovero nell’ospedale di Pisa lo screening per Hcv avrebbe dovuto già risultare positivo».

Le conclusioni, fatte proprie dal giudice, sono che il paziente con «probabilità del 90% ha contratto l’infezione presso l’ospedale di Pisa dove si ricoverò per l’intervento di paratiroidectomia».

La vicenda ha avuto un lieto fine anche sanitario. Le cure durate un anno si sono rivelate azzeccate e l’operaio è guarito. E ora anche risarcito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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