Il presidio
Sesso estremo con bisturi giudizio sprint per medico
Chiesto il rito abbreviato dal chirurgo di Cisanello sotto processo per peculato L’accusa: usava materiale ospedaliero per rapporti hard anche negli ambulatori
PISA. Un processo a porte chiuse, sulla base degli atti e con lo sconto di un terzo di pena in caso di condanna.
È la scelta processuale adottata dal chirurgo di Cisanello per il quale la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di peculato.
La storia mette insieme codice penale e sesso estremo - la partner fuori dal processo è un’altra dipendente del policlinico - nel quale gli strumenti utilizzati per i rendez vous spinti sarebbero stati di proprietà dell’ospedale. Di qui l’accusa di peculato che la Procura, rappresentata dal sostituto Giovanni Porpora, quantifica in 15.500 euro, pari al valore commerciale di bisturi con timbo Aoup, aghi, filo e altro materiale di cui il chirurgo aveva disponibilità per il suo lavoro e che avrebbe portato via dall’ospedale.
Attraverso il suo avvocato Francesco Virgone, il medico, 48 anni, pisano, che oltre a Cisanello svolge anche la libera professione, ieri mattina davanti al gup, Giulio Cesare Cipolletta ha formalizzato la scelta del rito abbreviato.
Il giudice ha fissato l’udienza ai primi di novembre per discutere il caso e arrivare alla sentenza.
Nell’udienza di ieri l’Azienda ospedaliera si è costituita parte civile e, in attesa del verdetto, lascia in sospeso l’apertura del procedimento disciplinare verso il suo dipendente.
È una vicenda in cui le passioni hard private di persone adulte e consenzienti sono diventate pubbliche, con una deriva giudiziaria, nel momento in cui gli investigatori hanno scoperto che gli strumenti di piacere/dolore utilizzati nel ménage erano di proprietà dell’ospedale.
Bisturi usati nelle parti intime della donna, quarantenne livornese, che poi veniva ricucita prima e dopo i rapporti sessuali consumati nel policlinico, in studi privati, ma anche in un camper nella zona di Collesalvetti prestato da un amico.
La comune passione per il sesso spinto, inconfessabile in pubblico e praticata con reciproca soddisfazione nei luoghi di lavoro e altrove, era venuta alla luce per una dimenticanza: si erano scordati una chiavetta Usb ricca di immagini e video espliciti nei camici che l'Aoup, di cui sono dipendenti, portata a lavare in un impianto industriale di Ponsacco.
Consegnata ai carabinieri e scaricata per verificarne il contenuto, all’inizio si era pensato a situazioni violente su una presunta vittima con i dettagli di parti intime alle prese con bisturi e punti di sutura. L’hard c’era, ma era condiviso e tutt’altro che imposto.
La partner dichiarò ai militari di essere consenziente e, d'intesa con il medico, di non aver utilizzato strumenti dell'azienda ospedaliera per gli incontri di piacere sadomaso. Lui, il medico, non è stato creduto quando ha spiegato che quelle attrezzature erano di sua proprietà o, comunque, che non era sua intenzione appropriarsene per un uso privato.
«Sono fatti nostri, è la nostra vita privata» avevano ribadito agli investigatori costretti a indagare nell'intimità dei due amanti, destinati a restare segreti se non avessero dimenticato nel camice quella pennetta dalla memoria vietata ai minori.
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