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Pisa

Povero consiglio, ora disertato in massa

Povero consiglio, ora disertato in massa

Nella prima seduta del dopo-assalto dei bancarellai la maggioranza non riesce a garantire il numero legale

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PISA. «Non possiamo sempre essere noi a fare da stampella...»

«Questa volta sono cavoli del Pd, hanno una maggioranza risicata e divisa, noi che c’entriamo?».

Aula Regia di Palazzo Gambacorti, ore 16,10. Raffaele Latrofa (Ncd) e Maurizio Nerini (Noi adesso Pisa), in un angolino, si danno di gomito. E gongola anche la grillina Valeria Antoni: «Basta favori, se non stanno in piedi da soli, si arrangino». Raggiante, poi, guizza davanti ai banchi della giunta Ciccio Auletta (Prc), che intavola filippica sull’«inequivocabile vuoto politico della maggioranza, che lascia sguarnita la città di vigili urbani per militarizzare il palazzo». Mentre parla, si segnala Mariachiara De Neri (Pd) ansante e in precipitosa ascesa sulle scalinate; la consigliera entra scapigliata e contrita: «Ma come? Per qualche minuto di ritardo!».

Non c’è stato modo di farle retrocedere. Centrodestra, sinistra, 5 Stelle: tutte le opposizioni ieri si sono coalizzate per far saltare il consiglio comunale. All’indomani di una delle sedute più tese della storia della legislatura per l’assalto dei bancarellai, l’assemblea cittadina viene “sciolta” per mancato raggiungimento del numero legale. Rewind. Dieci minuti prima. Allo scoccare della seconda chiamata, le minoranze escono dall’aula. All’appello mancano tre Dem, la De Neri, Francesco Pierotti e Vladimiro Basta. Pd e liste di appoggio non raggiungono da soli i 17 componenti su 32, il presidente Ranieri Del Torto è una statua di cera. Si va tutti a casa. Rimandata la discussione sulla variante della cittadella aeroportuale, rimandate interrogazioni e interpellanze, e soprattutto nessun intervento che possa dare al luogo simbolo della rappresentanza cittadina la possibilità stigmatizzare o semplicemente discutere quello che è successo martedì, quando più di sessanta fra bancarellai, loro amici e parenti hanno fatto irruzione nella stanza nobile di Palazzo Gambacorti gridando la loro rabbia (e gli insulti) contro il sindaco Marco Filippeschi, anche lui ieri assente al momento del gong. Trattenuto - dicono ufficialmente dal Pd - da un impegno di rappresentanza all’Internet Festival.

Così il dentro rende inutile il fuori. Dove, per garantire la di lui sicurezza, sono schierati in sequenza due blindati, 12 fra volanti della polizia, gazzelle dei carabinieri, alfette delle fiamme gialle e Pande della Municipale, poi 21 vigili, e una cinquantina fra agenti, finanzieri e militari sulla piazza a un passo dal Ponte di Mezzo e dagli stand del festival strapieno di universitari, professori, informatici, nerd e frikkettoni digitali, che passano con l’iPad in mano e gli occhi sgranati manco ci fosse da proteggere il presidente della Repubblica. Invece no, il cordone è per Filippeschi (che appunto non c’è) perché, ha deciso il prefetto Attilio Visconti, non è normale che in una città come Pisa il palazzo del Comune possa diventare un raduno di hooligans. Una «dimostrazione muscolare esagerata - dice Auletta - tutto questo dispiegamento di forze per difendere il palazzo da chissà quale minaccia!». «Ma via - sbotta Nerini - è come sparare ad una zanzara con un cannone». «Auspico che da domani cotanto schieramento venga impiegato per presidiare i luoghi caldi di degrado e violenza sociale», ricama il forzista Giovanni Garzella. I comunicati dell’opposizione sembrano severe condanne del «vuoto politico», ma somigliano molto a compiaciuti ghigni sintattici. «Pisa paga lo scontro interno al Pd», detta Latrofa.

«È chiaro che il numero legale deve essere garantito, ci impegneremo perché non accada più, ma l’ostracismo denuncia ancora una volta mancanza di idee della minoranza», rilanciano Ferdinando De Negri (Pd), Giuseppe Ventura (In lista per Pisa) e Odorico Di Stefano (Riuformisti). Mortificata Patrizia Bongiovanni, vicecapogruppo Pd: «Non ci sono scuse - scuote la testa - Può succedere a tutti di avere un impegno, ma oggi no!».

Dai banchi della maggioranza borbottii e mugugni. «Che figuraccia». Tempestose e inavvicinabili per incontenibile incazzatura Alessandra Mazziotti e Maria Antonietta Scognamiglio. Loro, se potessero, i colleghi ritardatari o disertori se li mangerebbero vivi.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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