Il Tirreno

Pisa

Lo sgombero infinito «Due mesi per ripulire»

di Mario Neri
Lo sgombero infinito «Due mesi per ripulire»

Operai e camion al lavoro, nel campo sembra esplosa una bomba

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PISA. «Adesso dobbiamo liberare la zona in superficie poi potremo passare alle bonifiche nel sottosuolo. Serviranno almeno due mesi, prima sarà impossibile finire». Non si riesce nemmeno a capire se siano rifiuti o macerie. Sono appena usciti quattro camion pieni di materiale. «Tutto quello che portiamo via di qui va smaltito in discarica come un rifiuto speciale», dice l’unico operaio rimasto a guardia di quello che sembra un campo di battaglia.

La bomba alla Bigattiera ha sbriciolato tutto in mille pezzi, perché quello che resta in questa pineta di Marina di Pisa dopo il passaggio delle ruspe sembra davvero il prodotto di un’esplosione. La Croce Rossa ha stipulato con il Demanio una convenzione che le concede l’area. Il progetto prevede di restituirla a quello che era prima degli anni ’90, quando divenne un centro profughi per l’accoglienza degli albanesi che fuggivano dalla guerra e dalle persecuzioni nei Balcani: un campeggio. Ma a guardare quel che resta dello sgombero di una settimana fa si capisce che il camping sociale nei piani dell’associazione non è detto arrivi al più presto.

I bracci meccanici dei caterpillar hanno sminuzzato ogni cosa. Delle venti baracche in cui ha vissuto una delle comunità rom macedone più numerose di Pisa negli ultimi dodici anni restano soltanto cataste di detriti. Tavolacce di compensato, travi di legno, copertoni, plastica, polistirolo, vecchi telai di biciclette, bombole del gas, tettoie verdi di resina, onduline di eternit, perfino vecchie cisterne per l’acqua, teloni di nylon. Le benne sono riuscite a squarciare anche il metallo dei container. E ora due rom kossovari fanno incetta di ferro, caricano indisturbati lamiere e tondini sul camioncino. Per l’Avr, la ditta a cui il Comune ha affidato la bonifica, non sono d’intralcio. Sembra passato uno tsunami alla Bigattiera. Montagne di sporcizia sono affastellate sulle dune di sabbia e le pozzanghere che ristagnano nel campo.

Basterebbe l’odore a dare la misura dell’emergenza sanitaria e ambientale descritta da Asl e Arpat nelle due relazioni che hanno spinto il Comune a sgomberarlo. I nomadi che abitavano il campo in parte oggi si trovano alle case minime di via Idrovora a Coltano, alcuni in strutture di accoglienza dei servizi sociali, altri sono tornati ad una vita di espedienti. Gli stessi che si intuiscono fra le macerie. Quasi ogni casupola alla Bigattiera, seppur in condizioni precarie, era stata dotata di bagni, che però non erano collegati a nessuna rete fognaria. E i tubi scaricavano i reflui sul retro. Ora la melma riemerge dalla terra.

«Guardi là - dice l’operaio - il fosso veniva utilizzato come un grande cassonetto». In un modo molto singolare, ma alla si faceva la differenziata. Il canale (prosciugato) è invaso dalla plastica: bottiglie, recipienti, sacchetti. L’indifferenziata è un cumulo di sacchi neri. Ma fra pareti e tetti sventrati, mobili distrutti, tralci di fili elettrici e cisterne spuntano anche le tracce di una esistenza quotidiana: una poltrona bruciata e un lavandino, una culla, una vasca per il bagnetto dei nenati accanto a una moto giocattolo. Palazzo Gambacorti aveva dichiarato di aver trovato una sistemazione per tutti, soprattutto per i minori, ma tre famiglia per ora stazionano con due roulotte in via in una pizzola vicina alle case minime di Coltano. «Ci avevano detto di restare qui per qualche giorno in attesa di una alternativa - dice Faik Miftarof, 31 anni, padre di sette figli - ma oggi (ieri, ndr) ci hanno negato qualsiasi cosa dicendo che domani dobbiamo sgomberare altrimenti mandano la forza pubblica. È così che funziona in Italia, si lascia una famiglia con sette bambini piccoli sulla strada? Uno è perfino malato di cuore». È un tipo iroso Faik, e ieri la sua rabbia è tornato a scaricarla, anche con qualche parola di troppo, contro gli operatori dei servizi sociali alla sede della Società della salute in via Saragat. «Quell’uomo ha minacciato il personale. Ora basta, sapeva che per lui non avremmo potuto fare nulla, è un irregolare a cui da tempo viene rifiutato il permesso di soggiorno a causa dei precedenti penali. Alla compagna e ai bambini è stata offerta assistenza, ma lui si è rifiutato. Abbiamo sbagliato a non essere recisi - dice l’assessore al sociale Sandra Capuzzi - Adesso faremo liberare l’area e passeremo il caso al giudice minorile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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