Il Tirreno

Pisa

Aggredite e ferite nelle rapine in strada

di Mario Neri
Aggredite e ferite nelle rapine in strada

Vittime due dottoresse in altrettanti episodi a Porta a Lucca

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PISA. Le ha prese da dietro e loro si sono difese. L’hanno morso, si sono salvate con l’istinto e con coraggio. Perché la lama poteva affondare più giù, arrivare a recidere la gola o un polmone, a colpire e finire. Le ha prese nel buio, e loro hanno saputo salvarsi. «Ma se non ci fosse stato quel ragazzo che ha gridato, io forse non ci sarei più».

Lo dice con la voce che sembra un soffio, quando lo racconta agli inquirenti. Lei è un medico notissimo dell’ospedale Santa Chiara, 48 anni, e via Rosmini e via Santo Stefano le percorre ogni sera. «Adesso io la macchina al parcheggio dello stadio non la metterò più, mi poteva sgozzare». Ha ancora la medicazione sul collo, la ferita è quasi dodici centimetri, il coltello per fortuna non è andato in profondità.

«Probabilmente l’aggressore non ha affondato la lama perché la donna aveva con sé i soldi, altrimenti parleremmo di un delitto diverso», dice Fabrizio Nocita, il capo delle volanti della polizia che ha catturato Hicham El Kouay, il marocchino di 34 anni che giovedì sera fra le 20.30 e le 21 ha accoltellato due donne nella zona di Porta a Lucca. Due aggressioni in sequenza che per pochissimo non si sono trasformate in tragedia. La prima è stata lei, la dottoressa e ricercatrice del Santa Chiara. «Venite presto, mi ha ferito ed è scappato. Perdo sangue», ha gridato al telefono al 113 alle 20.43. «Mi ha preso alle spalle, e mi ha stretto un braccio intorno al collo e poi ho sentito freddo vicino alla gola. Mi ha detto: “Dammi i soldi”». Lui la strattona, lei lo morde sulla mano sinistra con cui le stringe la bocca. Ma è provvidenziale un ragazzo che passa da quelle parti. Il magrebino, si gira, si fa vedere in volto. È alto, indossa un giubbotto di pelle, una maglietta bianca e un paio di jeans. Il giovane grida e si fa avanti agitando l’ombrello da via Contessa Matilde. Il coltello a serramanico argento che stringe nella mano destra e che punta al collo della donna glielo ritroveranno in tasca tre ore dopo alla stazione insieme alle chiavi del lucchetto della bici bordeaux con la scritta “Bizzarri” con cui fugge, non prima di infierire ancora sulla vittima. «Bastava pochissimo e le avrebbe reciso la carotide», dice al telefono il primario del reparto in cui lavora la donna. «Siamo sotto choc, ho chiesto al dirigente generale di far parcheggiare i dipendenti all’interno dell’ospedale, ma anche dentro ormai è un far west». El Kouay non agisce per disperazione, è uno spacciatore, alle spalle una fedina penale piena di reati. Da anni gravita su Pisa, ma non risulta averci mai avuto una residenza. Ora si trova in carcere al Don Bosco, e forse stavolta ci resterà per un po’. In città però si è fatto notare: da qui sono partiti i due decreti di espulsione a sua carico. L’anno scorso era stato trasferito al Cie di Trapani ma è riuscito a scappare.

Ma giovedì era tornato sulla piazza. I fornitori gli stanno col fiato sul collo, e allora risale in sella e corre a tutta birra lungo via Luigi Bianchi e poi su via Pisano fino a largo Duca D’Aosta. E lì c’è un’altra donna che sta tornando a casa dal lavoro. Una dottoressa anche lei, libera professionista, 40 anni. Stessa scena. «Ho sentito la mano sulla bocca e il suo fiato addosso. È passata un’auto, e ho provato a fare dei segni, ma non si è fermata - ha detto a chi l’ha soccorsa - mi è crollato tutto, così ho agito d’istinto e provato il tutto per tutto. Gli ho addentato la mano con tutta la forza». El Kouay molla la presa, non prima però di lasciare la sua firma. La pugnala alla spalla destra. Anche in quel caso una ferita lieve. Nuova chiamata al 113. Comincia davvero la caccia. Alle 23.30 gli agenti vedono un uomo che corrisponde alle descrizioni, è seduto su una rastrelliera poco lontano da viale Bonaiani. Non appena li vede, si alza, prova a scappare, ma viene braccato. Gli cade un panetto di hashish, 98 grammi, e addosso ha tutte le prove che lo inchioderanno: il coltello insanguinato, due banconote da venti, due da cinque (quel che resta dei 160 che aveva rubato nella prima aggressione) e il dollaro che la ricercatrice teneva nel portafoglio. Non solo, ci sono le chiavi della bici e una agendina verde. Dentro un elenco pieno di cifre: 1100, 1700, 870, una valanga di debiti con i fornitori della droga. È un lupo in fuga da altri lupi. Forse troppi per una città come Pisa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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