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Le ruspe contro il campo rom della discordia
Polemiche e momenti di tensione alla Bigattiera Alcuni se n’erano già andati all’alba verso Livorno
PISA. Se ne vanno con gli zaini e i fagotti in spalla, le borse della spesa piene di vestiti e coperte, le donne con i bambini in braccio. Se ne vanno spingendo i passeggini e le biciclette, guardano passare i camion carichi di roulotte e auto di grossa cilindrata. Se ne vanno mentre due bracci meccanici demoliscono le baracche, si muovono a scatti, strappano tetti e pareti di legno come fossero pacchi di merendine. Una bimba si inginocchia davanti ai poliziotti: «Per favore, io voglio stare qui, così non vedrò più le maestre». Qualcuno fa in tempo a portar via una vecchia sedia, a salvare dalle casupole divani, mobili, perfino pezzi di cucina. Via dalla Bigattiera: è partito lo sgombero.
Dopo dodici anni, chiude uno dei campi rom più difficili e storici della Toscana. Le ruspe si sono messe in moto a mezzogiorno. Servono ore di trattative fra polizia e associazioni per convincere tutti a lasciare l’insediamento, anche perché Sel, Africa Insieme e Rebeldia tentano un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo nella speranza che i giudici comunitari stoppino l’operazione. Ma alla fine l’unico a sorprendersi è Faik Miftarof, 31 anni. Aveva pedalato fino alla Conad per comprare qualcosa da mangiare ai suoi sette bambini, convinto che il container dove vive non l’avrebbero demolito e che in fondo avrebbero avuto ragione i ragazzi della associazioni. Invece, ora che i denti delle benne picchiano duro sui tetti, non riesce a trattenere la rabbia. «Rimettete subito dentro la roba, ecco, vedete, mi costringete a rubare, perché io non so dove farli dormire e come sfamarli i miei figli. Conzani verremo tutti a casa tua!», urla e si dirige imbufalito verso il dirigente dei servizi sociali. Lo calmano gli agenti.
È uno dei pochi attimi di tensione. I cingolati sono entrati con la scorta di una camionetta dei vigili del fuoco e un pulmino della Croce Rossa. Niente blindati, quelli restano sulla strada. Poliziotti, vigili, carabinieri hanno scelto una strategia soft. Fra le casupole di questa pineta a Marina di Pisa, niente tenuta antisommossa, si muovono in divisa e in borghese. «Questo posto era diventato una bomba sanitaria - dice un funzionario della Digos - non c’erano più le condizioni minime di dignità».
Alla Bigattiera sono rimasti i reduci. In questi ultimi giorni il Comune ha offerto un alloggio a 23 persone, e altre 65 sono state assistite nel corso degli ultimi anni. Ma, sottolinea Simonetta Ghezzani di Sel, «non si è voluto dare un’alternativa, così si mettono donne e bambini su una strada». In realtà nel pomeriggio quasi tutti (30 adulti e undici minori) troveranno una sistemazione. Altri «se ne sono andati all’alba, destinazione Livorno e Grosseto», dice don Agostino Rota Martir, auto-definitosi “prete da campo”. Hanno caricato i furgoni come diligenze: frigoriferi, cucine, lavatrici, divani, tavolini. «Ci hanno trovato un posto all’ultimo minuto ma è qualcosa, andremo in una struttura di accoglienza per qualche giorno, poi si vedrà», dice Edin. Cammina sulla sabbia insieme a sua madre e un’amica. A loro, come ad altre mamme con figli piccoli, il Comune sembra aver offerto soluzioni in extremis. «L’assessore Capuzzi continua a ripetere di averci convocato anche se siamo clandestini - dice Faria, 21 anni - Non è vero. Sono dovuta andare da sola ai servizi sociali». I suoi figli adesso ronzano tutti fra le gambe delle maestre delle Viviani. «Questa operazione - dicono - manda a scatafascio anni di lavoro per integrare i piccoli a scuola».
L’avevano aperto a fine anni ’90, il campo della Bigattiera. Un rifugio per i profughi albanesi in fuga dai Balcani infiammati da guerre e pulizie etniche; doveva essere temporaneo, per i nomadi macedoni è diventato una casa. «Io ho sette figli - dice Edina, 30 anni - sono nati tutti qui, e sono cittadini senza terra, indesiderati qui e in Macedonia».
Eppure non c’è alternativa. Questo accampamento ormai era quasi una discarica: fogne a cielo aperto, roghi di materiali tossici, rifiuti gettati ovunque, eternit. L’80 per cento dei capifamiglia ha visitato almeno una volta il carcere Don Bosco per furti, rapine, usura, perfino maltrattamenti. La Bigattiera è stata una frontiera, «una periferia sociale guardata con pregiudizio» dice padre Agostino. Simonetta Ghezzani di Sel, e con lei i membri di Rebeldia e AfricaInsieme, sostengono che «il superamento dei campi si poteva organizzare attingendo a fondi europei. Ma Filippeschi non ha mai presentato un progetto alla Regione. La verità è che questa è un’operazione leghista». «Salvini - dice il don dei rom - le ruspe le evoca, il Pd le usa».
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