Il presidio
Corso Italia, sparite le botteghe sono arrivate le grandi catene
La strada che taglia la parte di Mezzogiorno ha vissuto i momenti clou della storia cittadina ed è sempre stata uno specchio della società che cambia, dalla contestazione fino a oggi
PISA. Nei comuni italiani ci sono molti più “corso Italia” che “via Italia”; eppure ci sono molte più vie che corsi. Il sillogismo si chiude in modo semplice: se c’è una strada che si chiama corso Italia, di sicuro non è un sentiero di periferia, ma ricopre un ruolo centrale in una città. Per Pisa il ragionamento vale in pieno e quella strada unisce ponte di Mezzo con piazza Vittorio Emanuele, in pratica tagliando in due tutto il lato di Mezzogiorno. La stampa di corso Italia è la tredicesima della collana “Pisa di notte” ed è in regalo con “Il Tirreno” del 9 luglio: ogni scheda della raccolta contiene una foto scattata da Fabio Muzzi e un commento di Marco Barabotti.
Storia essenziale. Con la costruzione delle mura del 1154 il quartiere attraversato dall’attuale corso Italia fu inglobato nel centro. Il libro “Scritti pisani” di Emilio Tolaini (edizioni Ets) ci dice che quella strada già «nel XV secolo fu crocevia della vita produttiva d’Oltrarno in cui la “civitas mercantie” aveva il punto nevralgico, fra le viuzze piene di bottege, in Logge di Banchi. (…) Nel 1912 iniziarono i lavori di allargamento di via del Carmine (odierna Corso Italia) per far passare i binari del tram elettrico». Il nostro rapido excursus tra i secoli si conclude nel 1925: «Durante i lavori di scavo effettuati per l’installazione d’un albergo diurno, sotto la parte nord del loggiato fu ritrovato un ingente tesoro di monete d’oro antiche e medievali, ma furono in gran parte trafugate durante lo scavo».
Natura intima. Da ciò si capisce che in corso Italia da sempre girano i quattrini e quella strada cambia spesso volto. Non è un caso che i ricordi odierni dei vari protagonisti che la vivono partano sempre dallo stesso punto: «Le catene», intese come i grandi marchi che un po’ alla volta hanno colonizzato il corso e sostituito gli eleganti negozi di un tempo. Umberto Moschini oggi è il presidente dell’associazione “Amici del Gioco del Ponte”, da sempre al fianco delle istituzioni per valorizzare le manifestazioni storiche. Ma, soprattutto, è stato per circa trent’anni in uno dei palazzi che contano: la sede della Democrazia Cristiana, in affitto in corso Italia. «Era la via delle vasche dei giovani – ricostruisce Moschini – che passeggiavano dalle 16 alle 20. Era il vero salotto cittadino, più di Borgo». E qui si sente la competizione tra due strade, che riflette la rivalità tra le intere parti di Mezzogiorno e Tramontana: «C’erano negozi di grande fama e tutti gli uomini che volevano essere eleganti si vestivano in corso. Poi sono arrivate le catene».
Fasti e scontri. Moschini prosegue il suo racconto concentrandosi sul palazzo della Dc: «Al secondo piano c’era il comitato provinciale; e al primo la sezione di “Pisa centro” e il circolo culturale Liberitalia. Quest’ultimo organizzava feste danzanti» che erano molto ambite per il ruolo in società ricoperto da chi vi era ammesso e per la bellezza delle volte e dei saloni, tutti affrescati. La parentesi degli anni 1968-72 costituisce per quel mondo ovattato un brusco schiaffo: «Erano gli anni delle contestazioni e degli scontri con la polizia. I ponti erano bloccati, c’erano lacrimogeni e la gente si rifugiava dove poteva. Poi corso Italia tornò al suo splendore e nel palazzo continuarono a passare tutti i segretari e i big» dello scudocrociato: Fanfani, Andreotti e Rumor solo per citarne alcuni.
Centro commerciale. Il Comune ha investito su corso Italia e gli esercenti riconoscono l’impegno nella nuova pavimentazione e nel regolamento sull’arredo urbano: la strada è stata definita centro commerciale naturale e per darle un aspetto elegante tutti i locali che vi si affacciano devono avere lo stesso tipo di tavolini e ombrelloni. Ma i commercianti lamentano quella che è la sorte comune a tanti centri storici: «Gli uffici sono stati decentrati, per esempio l’Aci; il mercato pure, prima era nella più vicina piazza San Paolo all’Orto. E ci vorrebbe manutenzione; per dire, i tombini stonano con il resto», elenca Sandro Galletti, gestore da 21 anni della Caffetteria Centro Storico, uno dei bar più antichi della città. La conclusione è che «sono sparite le famiglie e ora ci sono solo pochi turisti low cost, abituati a spendere poco in tutto, non soltanto per il biglietto dell’aereo». Il dio denaro ancora una volta ha fatto le sue scelte.
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