Il Tirreno

Pisa

Vettovaglie, ecco la piazza dove la vita non si ferma mai

di Gianluca Campanella
Vettovaglie, ecco la piazza dove la vita non si ferma mai

Il fotografo l’ha colta in un’occasione che probabilmente è più unica che rara tanto che quello spazio appare deserto anche se è uno dei cuori della movida

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PISA. Ma come ha fatto il fotoreporter Fabio Muzzi a riprendere piazza delle Vettovaglie senza forme di vita apparenti? La stampa in omaggio oggi con “Il Tirreno” è la decima su 24 della collana “Pisa di notte”, in regalo dal lunedì al sabato con il quotidiano (ogni scheda è completata con un commento del giornalista Marco Barabotti). Davvero esiste piazza delle Vettovaglie deserta?

New York, New York. In una arcinota canzone di Frank Sinatra dedicata alla Grande Mela, una strofa è passata alla storia: «I want to wake up, in a city that never sleeps» (Voglio svegliarmi in una città che non dorme mai). Come nei giochi di enigmistica più semplici, troviamo adesso le dieci piccole differenze tra New York e piazza delle Vettovaglie. Forse sono molte di meno: a parte le dimensioni, New York ogni tanto dorme, mentre in piazza delle Vettovaglie la vita non si ferma mai. Meglio sarebbe dire: le vite. Perché tutta l’umanità passa prima o poi da quel luogo.

Programma di giornata. Si comincia poco prima dell’alba quando arrivano i primi bancarellai che allestiscono il loro punto vendita con la frutta e verdura fresca di stagione. La mattina aprono anche le botteghe e qualche negozio di abbigliamento: alternativo, ovviamente, perché Armani in Vettovaglie sarebbe come presentarsi in smoking a un pigiama party (e quello fuori luogo sarebbe l’uomo con il farfallino, non tutti gli altri). A pranzo ci sono vari localini e locande con menu per quasi tutti i gusti e le tasche. Nel primo pomeriggio la piazza è appannaggio dei perditempo, in genere innocui. Ancora, nel tardo pomeriggio si moltiplicano i tavolini degli aperitivi. La sera va in scena “guardie e ladri”, dove le forze dell’ordine presidiano e gli spacciatori si nascondono; ogni tanto, però, i regolamenti di conti tra bande rivali fanno scattare la rissa, con retata conseguente. Infine la notte è birra, bonghi e allegro vociare, fino a tardissima ora.

Maledetta globalizzazione. Poi arrivarono i centri commerciali e i pisani cominciarono a fare la spesa nei capannoni. Non è solo colpa loro se le Vettovaglie oggi sono altro rispetto alla magia che fu, perché di “elementi di disturbo” ne sono giunti parecchi. C’è una canzone che meglio ancora descrive la piazza: “Telegraph road” (La strada del telegrafo), interpretata dai Dire Straits. La strofa più bella è: «Poi arrivarono le chiese, le scuole, gli avvocati, le regole». Vettovaglie oggi è tutto, troppo. Come la Grande Mela: straborda di personalità e finisce per non avere un carattere. Hanno provato tutte le cure: dalla ripavimentazione alle telecamere di sorveglianza, ogni medicina è stata tentata. E in Vettovaglie finiscono per passarci tutti, ma a volte con lo stesso spirito con cui si va allo zoo: per vedere gli animali in gabbia, senza rendersi conto che al cambio di turno gli animali siamo noi, un attimo prima spettatori paganti.

Ricetta vincente. Come se ne esce? Il progresso è inarrestabile: si può accettarlo, come puledri che rincorrono il treno; o ignorarlo, come un asino indifferente che mangia il suo cardo. Quello che non si deve fare è combatterlo, perché si finisce per essere schiacciati. A New York un tempo per un bianco era pericolosissimo andare da solo in giro per Harlem, perché i neri non ci stavano a mettersi in posa per una foto ricordo. Oggi i bianchi vanno in chiesa ad Harlem e cantano il gospel insieme ai neri. La soluzione è la convivenza? Non proprio: da quando un certo Bill Clinton scelse Harlem come ufficio, lì i costi delle case sono schizzati all’insù e hanno costretto i neri a ritirarsi. Ultima differenza: New York crede di aver trovato la soluzione. Mentre in piazza delle Vettovaglie ci sono asini e puledri e può capitare che gli uni prendano in giro gli altri; ma alla fine tutti si tollerano, perché forse hanno paura del deserto.

I vostri ricordi. Le foto di “Pisa di notte” possono far riemergere nei lettori un ricordo personale oppure legato alla memoria collettiva della città: vi invitiamo a scrivere un breve testo (massimo mille battute) all’indirizzo email pisa@iltirreno.it della redazione (inserire anche il numero di telefono). Nell’oggetto (titolo del messaggio) è consigliabile indicare: “Pisa di notte”. Le segnalazioni più interessanti saranno riprese su “Il Tirreno” il giorno in cui esce la scheda del luogo a cui si riferiscono.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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