Il Tirreno

Pisa

«Apriamo la sinagoga e siamo disponibili al dialogo con tutti»

di Sharon Braithwaite

Il rabbino Luciano Caro: ebrei, cristiani e musulmani hanno in comune tante cose, bando a ogni razzismo

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PISA. «La sinagoga è il centro pulsante della vita dell’intera comunità ebraica. Negli ultimi 8 anni è stata chiusa e per noi è stato un grosso disagio non poter disporre di un locale dove riunirci. Finalmente i lavori di restauro sono finiti e il tempio verrà restituito alla città».

Con queste parole Rav Luciano Caro, il rabbino di riferimento della comunità ebraica pisana, esprime la propria gioia e soddisfazione per la riapertura del complesso sinagogale. Domani (domenica 21) si terrà la cerimonia di inaugurazione, mentre tra due settimane si terranno le elezioni del consiglio di amministrazione.

Rav Caro, la sinagoga sarà aperta al pubblico?

«Lo è sempre stata. È possibile assistere e partecipare anche alle funzioni religiose: l’unica difficoltà consiste nel fatto che le celebrazioni sono interamente in lingua ebraica. Basta informarsi sugli orari. Purtroppo, per motivi di sicurezza, dobbiamo informarci su chi entra».

Il tempio è considerato un obiettivo sensibile?

«Viviamo in un periodo molto difficile. È squallido e triste che lo Stato debba provvedere alla protezione di luoghi che dovrebbero essere demandati esclusivamente al culto e alla cultura. Purtroppo questa è la situazione e dobbiamo conviverci. Detto questo, siamo ovviamente riconoscenti per il lavoro delle forze dell’ordine».

Lei è il rabbino di riferimento di altre comunità oltre a quella pisana?

«Sì. Per vent’anni sono stato vice rabbino a Torino, dove sono nato. Poi sono stato tre anni a Trieste come rabbino capo, dieci anni a Firenze e oggi sono rabbino di riferimento della comunità di Ferrara, Pisa e Verona».

Cosa ricorda del periodo della guerra?

«Mio padre era livornese ed è morto ad Auschwitz; mia madre era torinese e i suoi genitori pisani. Prima della guerra ricordo che andavamo sempre in vacanza a Viareggio. Quando sono cominciati i primi bombardamenti siamo scappati in provincia di Lucca. Ci siamo nascosti in paesini sperduti della Lucchesia. Ero solo un bambino di 8-9 anni e non mi rendevo conto della drammaticità degli eventi. Crescendo ho poi realizzato la gravità dell’accaduto, soprattutto dopo la scomparsa di mio padre nel campo di concentramento. Sicuramente la Toscana ha per me un significato notevole».

Come giudica le crescenti forme di intolleranza?

«La nostra civiltà è molto indietro: ci illudiamo di essere a buon punto, ma in realtà ci sono ancora tanta ignoranza, insofferenza, il timore del diverso. Paure ancestrali solleticate dalla politica e da altri interessi. Se le cose stanno così, è colpa di tutti i rappresentanti delle religioni, soprattutto di quelle monoteistiche: non hanno fatto bene il loro lavoro. Non siamo riusciti a presentare bene il messaggio religioso».

Come si può migliorare la situazione?

«Con la cultura e le relazioni umane. Gli ebrei esistono da 4000 anni, i cristiani da 2000, i musulmani da più di 1000: abbiamo in comune tante cose, possibile che esista ancora il razzismo? Oggi i rappresentanti religiosi si guardano in faccia e questo è molto importante. Questo può essere un segnale forte per tutti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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