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Ecco i ristoranti fatti in casa «Ma ora servono regole»
L’home restaurant è una novità che comincia a diffondersi anche in città Confesercenti: «Attenzione però che non diventi concorrenza sleale»
PISA. L’home restaurant (o social eating) è una novità degli ultimi anni che anche a Pisa si sta cominciando a diffondere. E ora la Confesercenti chiede: è un fenomeno sociale o semplice ristorazione parallela per aggirare il fisco?
Funziona così: alcuni padroni di casa si trasformano in chef e invitano poche persone a mangiare da loro spendendo pochissimo. C’è chi lo fa per socializzare, chi perché ha la passione per i fornelli da condividere con i turisti e chi lo vede come una possibilità di integrare il proprio reddito. Basta avere una cucina, quella di casa va benissimo; un po’ di posto per ospitare gli ospiti, pochi perché è pur sempre una casa.
Non servono autorizzazioni del Comune o dell’Asl, perché chi ha un home restaurant non svolge un’attività di ristorazione con somministrazione di alimenti e bevande, ma semplicemente invita amici o persone trovate su internet a consumare nella propria casa in cambio di un piccolo compenso. Questa “pratica dell’ospitare” non può eccedere i 5.000 euro annui di ricavi. «Ma se il fenomeno sociale diventa un modo per aggirare il fisco o peggio ancora concorrenza sleale - spiega il direttore di Confesercenti Toscana Nord, Marco Sbrana - c’è bisogno di tracciare una linea di demarcazione chiara. Le nuove tecnologie e la condivisione sono una cosa meravigliosa, ma si corre il rischio di aprire la porta ad una ristorazione parallela, fatta da imprese irregolari che esercitano al di fuori di ogni controllo. Per questo, come Fiepet (il sindacato pubblici esercizi di Confesercenti), stiamo lavorando a una proposta di regolamentazione del fenomeno, che presenteremo presto nelle sedi opportune».
Gli home restaurant sono ispirati da principi di condivisione e di risparmio: privati che mettono a disposizione di altri privati un posto a tavola, nella propria casa, chiedendo un contributo irrisorio per coprire le spese. Insiste Sbrana: altrove «il social eating si è rapidamente trasformato in un’industria alternativa, spinto dal fascino dei superchef televisivi e dal marketing delle tante piattaforme web che fanno affari d’oro mettendo in contatto gli aspiranti cuochi con i potenziali clienti. Ma tra cene gourmet e “non professionisti” che chiedono 40-50 euro a pasto per persona, mi chiedo quanto sia rimasto dell’ispirazione originaria».
Il sospetto, per il direttore di Confesercenti, «è che tra gli home restaurant si celi un mondo sommerso di imprese irregolari che fanno attività di somministrazione parallela senza rispettare le norme che devono rispettare gli altri». Sbrana la vede come concorrenza sleale, perché crea una distorsione del mercato ai danni delle imprese in regola che investono tempo e denaro per avere requisiti e tutte le certificazioni, a partire da quelle igienico-sanitarie, che la legge richiede a ristoratori e pubblici esercizi per tutelare la salute e la sicurezza del consumatore: «Si tratta di un interesse collettivo, che deve essere tutelato anche dagli home restaurant».
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