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Pisa

caso clinica privata-asl: contro le assoluzioni

Costi gonfiati, la Procura fa ricorso in Cassazione

Costi gonfiati, la Procura fa ricorso in Cassazione

PISA. Non si arrendono la Procura Generale e l’Asl sul caso delle prestazioni per milioni di euro pagate dall’azienda sanitaria alla casa di cura dell’Addolorata. Il sostituto procuratore generale...

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PISA. Non si arrendono la Procura Generale e l’Asl sul caso delle prestazioni per milioni di euro pagate dall’azienda sanitaria alla casa di cura dell’Addolorata. Il sostituto procuratore generale ha fatto ricorso in Cassazione, e l’Asl lo ha seguito, contro l’assoluzione dei cinque imputati sotto processo per peculato che in primo grado erano stato condannati a 5 anni.

Assoluzione. A ottobre era stata ribaltata la sentenza di primo grado del Tribunale di Pisa che - nel luglio del 2010 - aveva condannato a cinque anni di reclusione gli oculisti, Dario Severino, 52 anni, di Pisa e Giorgio Panelli di Lucca (deceduto), Paolo Baroncini, 59 anni di Livorno, la Madre Superiora della Congregazione dell'Addolorata Celestina Sabatino (suor Daniela, 72 anni), e la dottoressa Rosalba Vittozzi, 69 anni, all'epoca del fatti dirigente dell'Asl 5 pisana (ora in pensione) che aveva funzioni di controllo sulla Casa di cura. Il reato di peculato era stato derubricato in truffa aggravata.

Prescrizione certa. Il ricorso in Cassazione, al di là dell’aspetto penale, servirà soprattutto a fissare, nelle intenzioni di Procura e parte civile, il risarcimento dei danni. È di pacifica evidenza, infatti, che la prescrizione cancellerà qualunque strascico penale.

Fronte civile. La casa di cura ha fatto ricorso contro la sentenza del Tribunale civile di Pisa che la condannava a risarcire l’Asl 5 con 4.633.000 euro.

L'inchiesta. I fatti al centro dell'inchiesta coprono un arco temporale che va dal 1998 e il 2002. Nei suoi atti presentati in Tribunale la casa di cura chiedeva il pagamento di una serie di prestazioni erogate, a suo dire, per oculistica, ginecologia e chirurgia, stando al rapporto di convenzione con l'Asl 5. L’azienda sanitaria, ricevute le richieste di saldo e avviate le verifiche interne, aveva iniziato a contestare le pretese della clinica privata. Secondo l'Asl, la casa di cura aveva svolto solo prestazioni oculistiche. Niente interventi ginecologici o chirurgici. Non solo. Per l'azienda la grande maggioranza delle prestazioni era da erogarsi in regime ambulatoriale, mentre la clinica «le aveva indicate e valorizzate come ricoveri in day surgery o day hospital con un aumento indebito e notevole dei pagamenti richiesti all'Asl dalla struttura privata».

Costi gonfiati. Dunque, per l'azienda pubblica le prestazioni reali non solo erano inferiori a quelle presentate dai privati, ma per eseguirle era sufficiente un intervento minimo in ambulatorio senza la necessità di un ricovero, anche se ridotto nei tempi come invece sosteneva la clinica nel chiedere il saldo delle operazioni. In primo grado la tesi dell’accusa era stata accolta, mentre in secondo grado i giudici hanno riconosciuto che il fatto non sussiste. L’ultima parola alla Cassazione.(p.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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