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«Corro contro l’autoritarismo di Enrico Rossi»
Ufficialmente aperta la sfida al governatore «Non avrei venduto le quote pubbliche di Sat»
PISA. Dietro l'aria del professore universitario, Luciano Modica ha sempre avuto la scorza di un combattente. È stato rettore dell'università di Pisa per ben due mandati, senatore della Repubblica e sottosegretario. La sfida è nel suo dna ed è anche l'unico a salire sul ring delle primarie Pd contro il governatore Rossi sponsorizzato dal premier. Modica sta viaggiando per la Toscana e stasera alle 21 sarà nella sede cittadina del Pd di via Fratti per presentare le linee programmatiche di "Toscana Domani".
Professore, cosa l'ha spinta a candidarsi?
«Stiamo andando verso importanti elezioni regionali senza un adeguato dibattito né all'interno del Partito democratico né all'interno della società. Quando ho visto l'astensionismo in Emilia al 60%, un dato impressionante, quasi drammatico, mi sono detto che non potevo stare fermo. Elezioni, tra l'altro, che giungono in un momento in cui la Regione, con la riforma Renzi, acquisirà poteri maggiori rispetto al passato. Le primarie sono il modo migliore, a mio giudizio, per rinfocolare l'entusiasmo e rimotivare gli elettori, per battere l'astensionismo e l'antipolitica dilaganti».
Secondo lei Enrico Rossi è stato un buon governatore? Poteva fare di più?
«Enrico Rossi è in giunta regionale da quindici anni ed è certamente una persona di grandissima esperienza e di grandi capacità. Non ho mai messo in dubbio questo, gli sono amico e penso che sia un bravo politico. Però devo dire che in quest’ultimi anni, proprio negli anni della sua presidenza, forse qualcosa della sua azione politica non mi ha convinto. E penso anche che se fosse lui a governare ancora la Toscana dovrebbe ripensare a certe sue scelte politiche, a certi suoi modi di governare».
Andando più nel merito?
«Sono ostile a una politica che vede nell'autoritarismo e nel centralismo le sue scelte principali, insomma vede nel centralismo le coordinate principali della sua azione. La nostra regione è fatta di città, è policentrica. È vero che ha un centro forte e importante che si chiama Firenze, ma intorno ci sono tante altre città che sono il vanto dell'Italia e della Toscana nel mondo. In Toscana, ogni territorio può giocare le sue carte. Ogni accentramento di potere e di responsabilità, non credo sia adatto alla nostra regione. E questo non vuol dire frammentare tutto, bisogna trovare la giusta dimensione che non è quella del centralismo assoluto e non è quella della frammentazione totale. Sono un riformista convinto, sento che si può trovare una via di mezzo».
Lei ha usato un termine molto forte: autoritarismo. Rossi, dunque, è stato un governatore autoritario?
«Penso che le riforme si fanno attraverso un dibattito attento, facendo emergere le idee, le volontà e le preoccupazioni dei cittadini. E si legifera, si decide solo quando tutto è stato analizzato. Ciò richiede tempo, ma è anche tempo risparmiato perché le riforme in cui non si è riflettuto sono riforme che non attecchiscono e che facilmente vanno cambiate. Lei pensi quante riorganizzazioni sono state fatte in questi anni, abbiamo continuato a riorganizzare, ma se si riorganizza dopo poco tempo, vuol dire che si è riflettuto poco. Lo dico con grande rispetto verso Rossi: se lui fosse rieletto a governare la Toscana mi auguro che scelga politiche meno centralistiche e meno autoritarie».
C'è un tema o un'area della Toscana che Rossi avrebbe trascurato?
«Ma no, sinceramente penso che Rossi sia un bravo governatore e un politico molto esperto. Ha giocato su tutti i campi con risultati buoni in alcuni casi e meno buoni in altri. Non direi che c'è un campo che lui abbia trascurato. Ci sono campi in cui le scelte non hanno corrisposto ai bisogni, alle esigenze, alle aspettative dei cittadini».
Un esempio?
«È difficile dire che la politica delle infrastrutture in Toscana abbia incontrato generale consenso. Da pisano potrei fare l'esempio dell'aeroporto e non è una questione di campanilismo. Un'organizzazione infrastrutturale così concentrata nella regione centrale vicino Firenze non mi sembra che abbia trovato il consenso dei cittadini».
Appunto, caso aeroporti. La fusione fra Galilei e Peretola è positiva per la Toscana oppure potrebbe danneggiare in futuro lo scalo pisano?
«Non credo che la fusione delle società di gestione dei due aeroporti e la privatizzazione siano il vero nodo del problema».
Ha condiviso le scelte del governatore?
«Non mi sarei comportato come Enrico Rossi, non avrei venduto d'improvviso le quote pubbliche delle due società, ma se in una riflessione economicamente fondata appariva che la gestione era meglio affidarla anche in modo congiunto ad un privato, in linea di principio, non ho nulla in contrario. Ciò che mi preoccupa veramente è che la scelta corrisponde, e pochi lo dicono, alla costruzione di un nuovo aeroporto a Firenze. Nessuno metteva in dubbio che Firenze, capitale della Toscana, potesse ammodernare il suo aeroporto di Peretola, ma quest'opera impegna fondi privati e una notevole quantità di fondi pubblici che forse potevano essere usati altrimenti. Operazione che alla lunga potrebbe creare problemi allo scali pisano. Stiamo parlando di due aeroporto grandi, molto simili, a distanza di cento chilometri».
Qual è la prima priorità su cui punta per convincere gli elettori Pd?
«Prima priorità è il lavoro che considero la chiave di volta della società e la crisi sarà superata solo quando verrà offerto più lavoro ai nostri concittadini. E il lavoro l'ho accoppiato con le parole creatività e innovazione perché sono convinto che il nuovo lavoro nasce solo dalle nuove idee, le nuove imprese nascono solo se si è capaci di sfruttare la creatività, la capacità di innovazione della Toscana e su quella concentrare le azioni su cui la Regione può essere d'aiuto. Vorrei una Regione che punta a diventare leader in Europa per quanto riguarda la creatività e l'innovazione. Ne abbiamo le capacità, per storia, per tradizione, per forza culturale. Guardi che la Regione non deve investire né in ricerca né direttamente in posti di lavori, ma deve fornire le condizioni perché si crei lavoro, perché imprenditori e singole persone possano avere l'occasione di inventare nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi lavori. Questa è la mia prima priorità.
Il Pd è spaccato, una riprova pesantissima l'abbiamo avuta anche con il voto sull'Italicum. Ecco, lei da che parte sta?
«Fatico a riconoscermi sempre in qualunque gruppo interno al Pd. Mi sento, e lo dico senza presunzione, un iscritto al Partito democratico che non ha mai fatto parte, mai, di gruppi interni al partito, di correnti più o meno personalistiche. Le correnti interne al Pd sono tutte intestate ad una persona: i dalemiani, bersaniani, renziani e via dicendo. Non mi sono mai riconosciuto in nessuna di queste. A me piace fare politica con la libertà dell'iscritto e di chi ha passione e anche, credo, un po' di competenza per la politica».
Se fosse stato in Senato, avrebbe votato l’Italicum?
«Sono fra quelli che non apprezza questa legge elettorale perché penso che non sciolga il nodo di un eccesso di riserva ai nominati dentro il Parlamento. Si può rinunciare alle proprie idee, ma solo quando si dà spazio a tutti per trovare un punto di equilibro. E, sinceramente, non mi sembra che sia stato il caso dell'Italicum».
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