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Macché app, il futuro sta nei robot associati al web

Gianluca Campanella
Il professor Paolo Dario, direttore dell'istituto di biorobotica
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Il professor Paolo Dario, direttore dell'istituto di biorobotica

L'Arts Lab della Scuola Superiore Sant'Anna compie 25 anni: il professor Paolo Dario disegna gli scenari

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PISA. L’Arts lab (Advanced robotics technology and systems laboratory) compie 25 anni: partito in uno scantinato della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, oggi è ospitato in oltre 6mila metri quadri di proprietà della Piaggio, di fronte allo stabilimento pontederese della fabbrica di moto. La ricorrenza è l’occasione per vedere come è cambiata la robotica in tutto questo tempo e come sarà fra altrettanti anni.

L’evoluzione di quella scienza e le sorti del laboratorio diretto dal professor Paolo Dario si sono intrecciate negli anni e non è esagerato dire che le une hanno influito sulle altre e viceversa. La robotica, almeno in Italia, negli anni Ottanta era limitata alla costruzione di soli componenti; oggi ragiona in termini di sistemi complessi; la sfida del futuro è l’integrazione con il web. Similmente, l’Arts lab nasce grazie a progetti nazionali, oggi raccoglie contratti in sede comunitaria e la sfida del futuro è l’internazionalizzazione spinta a tutto il pianeta.

Dario racconta che «all’inizio eravamo un gruppo di una dozzina di giovani guidati da me: all’epoca ero l’unico professore (associato). In realtà nasciamo prima del 1989, all’inizio degli anni Ottanta. In ambito universitario eravamo dei provinciali: le pubblicazioni scientifiche si portavano in prefettura». Ma ci furono grandi progetti visionari, ciascuno di decine di miliardi di lire, che hanno consentito un respiro nazionale. Pisa ne intercettò uno in collaborazione con il Cnr. «Creammo un’infrastruttura di relazioni e prototipi – prosegue il docente – che consentì la competizione internazionale: nel 1989 ci lanciammo nei primi progetti europei. Fummo prontissimi grazie ai progetti nazionali e lo dico perché oggi non ci sono più: così si indebolisce il Paese».

L’Arts lab fu il primo laboratorio in Italia, poi ne seguirono altri. La robotica nazionale realizzava prototipi di ricerca di componente. Il commento di Dario: «Conseguenza del nanismo di dimensioni e di pensiero». Si vedevano sensori tattili, caviglie, occhi: «Piccole parti di un tutto, ma nessuno aveva la forza di realizzazioni più complesse, nessuno guardava l’interezza del problema». La scelta del nome del laboratorio mostra la vocazione: avanzato nei servizi, ma non rivolto alla produzione industriale; tecnologia si spiega da sola; sistemi perché «ambivamo a passare dal componente ai sistemi». Già all’esordio nacquero le prime mani complete, non solo i sensori; nel 1991 il braccio mobile e la prima spin off (ne sono seguite 46).

La Scuola Sant’Anna oggi dà lavoro a 250 persone in quest’ambito e ha altri laboratori di robotica. La carta vincente fu produrre tutto in casa, anche la gestione della contabilità: il direttore del laboratorio spiega che «non creammo fondazioni, ma abbiamo fatto tutto all’interno della Scuola». Gli anni passano e i sistemi diventano sempre più complessi: la vocazione biomedicale dell’inizio è diventata un vero e proprio “core business” e «per le strade di Peccioli oggi girano i nostri robot per l’assistenza agli anziani». La multi-disciplinarità non solo serve a intercettare più finanziamenti, ma soprattutto a crescere da un punto di vista delle conoscenze: «Il confronto con i chirurghi e con i pazienti è utilissimo». Poi c’è un segreto: «Ogni volta che l’Unione Europea stanzia un finanziamento, noi assumiamo tante persone. Lo strumento che abbiamo usato tantissimo è l’assegno di ricerca». Oltre al biomedico, c’è la robotica marina e tante altre creature. Insomma, il «venticinquennale non deve essere un ricordo di circostanza; ma il racconto di ciò che è avvenuto con la consapevolezza che è stato una “prova di fattibilità”». Certo, non ci si ferma qui: «Il futuro non sono le app, che hanno vita effimera, a volte solo qualche settimana. Ma stiamo vivendo un passaggio epocale, perché la robotica si fonde con il mondo del web». Per arrivare a questo traguardo ci vuole l’interazione di tutta la comunità scientifica internazionale: «Il modello è quello del Cern di Ginevra, dove migliaia di scienziati hanno lavorato per trovare il bosone di Higgs». Ecco perché già ora «i nostri ragazzi vanno all’estero e noi abbiamo ospiti stranieri». Con qualche differenza: «Il Cern ha bisogno di grandi dimensioni sia per il numero di persone ospitate che per la grandezza dell’acceleratore; mentre la robotica è fatta di centri di eccellenza che vanno messi in rete». Secondo discrimine: «Al Cern ci vanno i super ganzi, invece la robotica si può cominciare a fare sin dalle scuole materne. Come il circuito di Formula1 dove chiunque può andare a provare i suoi modelli, così l’Arts lab può essere un riferimento anche per i bambini».

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