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Centinaia di artisti hanno calcato quel palco
PISA. Due anni, trecento eventi in calendario e migliaia di persone avvicendatesi nella platea del Teatro Rossi Aperto (i palchi sono inagibili): sono questi i numeri di un’avventura cominciata col...
PISA. Due anni, trecento eventi in calendario e migliaia di persone avvicendatesi nella platea del Teatro Rossi Aperto (i palchi sono inagibili): sono questi i numeri di un’avventura cominciata col pubblico seduto per terra e avvolto nelle coperte, durante il freddissimo inverno 2012. E che prosegue tra alti e bassi, ma almeno sulle sedie. Centinaia gli artisti che si sono alternati in scena, insieme a studiosi che hanno provato a portare il loro contributo sull’analisi del sistema teatrale italiano. Tutto condito da un filo conduttore che è sembrato ad alcuni utopico (nel senso più “candido” della parola), ad altri un tantino intransigente: trattare il giovane artista e il nome blasonato allo stesso modo. Tre esempi, per capirci: il cantante che deve interrompere lo show e andare in foyer a bere un drink, perché «sul palco è vietato»; il professore universitario chiamato per nome, non per cognome; e il detto scherzoso secondo cui anche l’eventuale premio Nobel in visita al Rossi deve fare le pulizie. Le assemblee (una al giorno nei primi tempi, una alla settimana adesso) sono state momenti di dialogo costruttivo e di scontri; ognuno dei trenta che ormai formano il gruppo consolidato (ma la dinamica tra abbandoni e nuovi ingressi era molto più fluida agli inizi) è portatore di una storia che gli fa vedere il mondo da una certa angolazione.
E persino sulla spiegazione di questo atteggiamento da mantenere nei confronti degli ospiti, non c’è un’interpretazione univoca: i più radicali parlano di «tentativo di scardinare il sistema teatrale fatto di servilismo e clientele, che forse sono uno dei motivi che hanno portato alla decadenza». Altri, più sfumati, parlano di «progetto per discutere con tutti sulle soluzioni che possano far uscire il teatro da una situazione di crisi». Ma il collettivo è accomunato dalla passione verso il mondo del teatro; e tutti nel gruppo definiscono questa esperienza «non politica, ma al servizio della cultura».
Il Rossi ha fatto rete con altri teatri italiani occupati: per citarne uno, il Valle di Roma. Ma ha avuto la peculiarità di puntare al recupero di una struttura abbandonata, senza mai volerla considerare una proprietà: anzi molti studenti che “vivono” al Teatro si considerano di passaggio a Pisa e lavorano con l’intento di restituirlo alla città. La rete ha favorito anche lo scambio di artisti. Tra tutti spicca Danio Manfredini per il rapporto instaurato con il Rossi: ci è rimasto una settimana, al cui termine ha personalizzato un suo spettacolo. (g.c.)
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