L’indagato visto da tre testimoni in via Gigli
Gli elementi dell’accusa dalle simulazioni in strada alle dichiarazioni di Gozi sulla lite con una donna
PISA. Testimoni sentiti dai carabinieri del nucleo investigativo e un’analisi, anche psicologica, del reparto crimini violenti del Ros di Roma.
Per la Procura ci sono quattro testi che, con intensità diverse, possono "demolire" l'alibi di Antonio Logli, il marito di Roberta Ragusa, accusato di omicidio volontario aggravato e distruzione di cadavere.
Sui tavoli del procuratore capo Ugo Adinolfi e del sostituto, Aldo Mantovani, c’è una relazione che dà spessore al fascicolo sul caso Ragusa. Il dossier di Ros e carabinieri pisani si fonda essenzialmente su tre testimonianze che confermerebbero quanto rivelato durante l'incidente probatorio dell’aprile 2013 dal super-testimone Loris Gozi.
Il giostraio di 37 anni riferì di avere visto, proprio la notte della scomparsa di Roberta, il marito Antonio Logli litigare con qualcuno in via Gigli.
Smentendo così la versione dell'uomo che fin dall'inizio aveva sostenuto di non essersi «mai mosso da casa e di aver scoperto l'assenza della moglie solo il mattino seguente».
Margherita Latona, ex collaboratrice domestica di famiglia; Silvana Pimpiani, una vicina di casa e Filippo Campisi, vigile del fuoco hanno riferito ai carabinieri di averlo visto in via Gigli intorno all'1 di notte. Non solo. Campisi, che stava tornando a casa dal suo turno di lavoro, ha riferito di aver sentito anche un urlo di donna.
Tutto questo si aggiunge ai risultati dei test a cui sono stati sottoposti i cani molecolari.
È scritto nella relazione: «I cani hanno fiutato la presenza di Roberta tra la sua abitazione e un punto preciso di via Gigli nei pressi della ferrovia».
Poi, secondo i carabinieri c'è anche la scarsa collaborazione dell'indagato fin dalle prime ore successive alla scomparsa della moglie. È lui alle 7.30 ad avvertire la sua amante, e attuale compagna Sara Calzolaio, usando i cellulari che la giovane poco dopo getterà via proprio su ordine di Logli. E che i carabinieri riusciranno a trovare appena prima che finiscano in discarica.
Quella telefonata è confermata dai tabulati. Poi alle 9, Logli chiede all'amico che lo sta aiutando nelle ricerche della moglie di avvisare Sara, spiegano gli inquirenti, «proprio per costruirsi un alibi e lasciare tracce: l'amico non lo farà e anzi per qualche motivo si insospettirà e nei giorni successivi eviterà di prestare ulteriore collaborazione».
L’altro elemento è che dopo qualche settimana Sara va a vivere in casa con Antonio passando dal ruolo di segretario e baby sitter a quella di compagna di Logli e quasi mamma per i due figli minori.
Una mossa che per la Procura significa una cosa sola: l’indagato sa bene che la moglie non tornerà mai più perché l’ha uccisa.
Non secondario è l’altro fulcro dell’accusa, quello che vedrebbe Logli, il giorno dopo la scomparsa della moglie, presentarsi solo da Gozi per mostrargli una vecchia foto della moglie.
Per la Procura è un gesto che serve all’indagato per capire quanto è stato in grado di memorizzare il testimone in via Gigli la notte della sparizione.
Infine, c'è l'intercettazione ambientale sull'auto di Logli che rivela la simulazione in via Gigli compiuta insieme al collaboratore dell'autoscuola di famiglia.
Una sorta di strategia per "misurare" che cosa possa avere visto quella notte Gozi. E lui si tradisce, per la Procura, collocandosi nel punto esatto indicato dal suo accusatore.(p.b.)
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