Italia
«Monicelli meritava una laurea in storia della lingua italiana»
Il professore Fabrizio Franceschini ha dedicato un libro al regista scomparso nel 2010 e ai testi dei suoi film
MARCO BARABOTTI. Spesso le battute di un film ne fanno il successo. Lo svela il libro di Fabrizio Franceschini, docente di Linguistica italiana all'Università di Pisa, dal titolo "Monicelli e il genio delle lingue. Varietà dell'italiano, dialetti e invenzione linguistica", Pisa, Felici Editore (Istos Edizioni).
Professor Franceschini, il suo nuovo libro su "Monicelli e il genio delle lingue" sta destando molto interesse.
«Sì, il 30 luglio l'ho presentato su Radio 3 a "Hollywood Party", ne hanno parlato Masolino D'Amico e Giacomo Scarpelli alle Notti del Cormorano di Castiglioncello e il 31 agosto se ne tratterà a Marina slow, a Marina di Pisa».
Ma com'è che un libro di linguistica, magari un po' serioso, crea interesse in manifestazioni rivolte a un pubblico ampio di amanti del cinema, dell'ambiente e della cultura?
«Molti, compreso Vittorio Gassman, hanno detto che una delle principali chiavi del successo di film come "L'Armata Brancaleone", "Amici miei" e anche "La grande guerra" è di natura linguistica. Questo libro vuol mostrare, al di là di giudizi impressionistici, quali sono le operazioni linguistiche e testuali compiute da Monicelli, Age e Scarpelli (o De Bernardi, Benvenuti, Pinelli per "Amici miei"). Per questi autori è fondamentale reperire dati linguistici e culturali reali per riproporli in termini filmici efficaci o rielaborarli con la deformazione e l'invenzione. Alcuni spettatori o critici riconosceranno certi stili e riferimenti testuali, altri coglieranno gli aspetti più scontati o superficiali e tutti si divertiranno. Non dimentichiamo che questi film sono fatti non per le aule universitarie ma per le sale cinematografiche. Eppure, come ho potuto vedere nei miei corsi universitari, la scrittura di questi film e la costruzione linguistica dei loro personaggi aiuta in maniera formidabile a riflettere sulla storia dell'italiano, delle sue varietà e dei suoi dialetti».
L'epigrafe del libro è presa da "Sunset Boulevard" di Billy Wilder e dice, più o meno, che il pubblico non ne sa niente di copioni e sceneggiature e pensa che a fare il film siano gli attori col regista. Ma in copertina non si vedono attori o registi con la macchina da presa, ma Monicelli, Age e Scarpelli in una stanza piena di libri.
«Certo, senza Gassman, Sordi, Tognazzi non ci sarebbero "La grande guerra", "L'Armata Brancaleone" e "Amici miei" come li conosciamo. Ma senza il lavoro degli sceneggiatori, prima durante e anche dopo le riprese, alla moviola e nel doppiaggio, non ci sarebbero né le battute più celebri (come "stamo stamo", "ottimo e abbondante", "l'anima de li mortacci tua" come parola d'ordine, "mortivoi scifonai", "il cavalcone", "la supercazzola" ecc.) né, soprattutto, un tessuto linguistico di grande complessità e finezza, che si sposa con ambientazioni, costumi e colonne sonore di grande suggestione. E qui c'è un merito grande di Monicelli, straordinario regista ma anche membro, dall'inizio alla fine, del team di scrittura e genio delle lingue lui stesso, in quanto capace di immaginare la chiave linguistica dei film e far interagire, nella realizzazione, i linguaggi verbali e non verbali».
Una larga parte del libro è dedicata al film "La grande guerra". Siamo in piena attualità, dato che, a cento anni dall'inizio del conflitto, se ne parla molto.
«Monicelli ha sempre rivendicato con orgoglio che il suo è il primo vero film italiano sulla grande guerra, così come Lussu dice che "Un anno sull'altipiano" è il primo vero libro italiano sull'argomento (e non a caso questo testo di Lussu è un riferimento importante anche per il film). Il soggetto originale, steso da Luciano Vincenzoni a partire da uno spunto di Guy de Maupassant, mostra due amici imboscati e menefreghisti che, costretti ad andare al fronte, cercano soltanto di salvare la pelle o, come si diceva allora, la ghirba. Giulio Andreotti, allora ministro della Difesa, diede il via libera al film».
Ma Andreotti non è noto per i suoi interventi censori da sottosegretario allo spettacolo nei governi De Gasperi?
«Il "divo Giulio", nel bene e più spesso nel male, ha svolto davvero un ruolo cruciale anche per il cinema e il teatro di quegli anni. In questo caso l'ha fatto in termini davvero positivi. Aveva letto con cura il "trattamento", cioè la scrittura narrativa del film che precede la sceneggiatura, e ne aveva perfettamente capito il senso, che è davvero il senso fondamentale della grande guerra. Quella guerra per l'Italia non è stata la quarta guerra d'indipendenza, affrontata a suon di fanfare da soldati convinti, indomiti e ben equipaggiati. È stata una guerra di contadini, spesso analfabeti e dialettofoni, artigiani o anche sottoproletari lestofanti come il Gassman del film, tutti mandati a combattere con un pessimo equipaggiamento, per ragioni che non capivano o non condividevano. Eppure, fuor di retorica, dopo Caporetto questi contadini, artigiani e lestofanti hanno retto sul Piave, e gli stessi uomini che erano stati denunciati come menefreghisti e traditori sono stati celebrati come eroi».
Per aver mostrato con uno splendido film questa verità storica, Monicelli ha avuto nel 2005 una laurea ad honorem all'Università di Udine.
«Se fosse ancora con noi, vorrei dargliene una in Storia della Lingua italiana, per aver anche mostrato come in trincea ufficiali e soldati di varia provenienza, usando un italiano popolare ricco di regionalismi e gergalismi, abbiano imparato a capirsi».
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