Operai in piazza? No, ora sfilano gli imprenditori
Il 3 aprile manifestazione di artigiani e padroncini esasperati dalla crisi La protesta dei caschetti gialli organizzata dalla Cna, adesioni da altre province
PISA. In una città abituata a manifestazioni di studenti o lavoratori, non se n’era ancora vista una di imprenditori; ma è proprio quello che succederà il 3 aprile quando (dalle 8,30 in poi) i lungarni a partire dal Guadalongo saranno attraversati un corteo di furgoncini, trattori e altri mezzi di lavoro guidati dai titolari di aziende esasperati dalla crisi. La protesta è organizzata dalla Cna di Pisa, ha avuto già la condivisione di Livorno, Lucca e Massa, è aperta a tutte le sigle e sarà accompagnata da una particolare coreografia, che spiega il presidente provinciale della Cna, Andrea Zavanella: tutti indosseranno i caschetti gialli per simboleggiare «le aziende che rispettano le regole, laddove gare con massimo ribasso e altre logiche implicano appalti vinti da chi non rispetta le norme; questa gente crea problemi di sicurezza per i propri operai e ammazza gli imprenditori onesti».
Un gruppo di sei caschi gialli legati come fossero palloncini è anche il logo della manifestazione: «Sono portati in cielo, come lo stillicidio quotidiano che sta mettendo in crisi la piccola e media impresa».
Insomma, quello che si chiede è che «gli amministratori si rendano conto che stanno dando per scontate le pmi, sono seduti sulla ricchezza del Paese, ma – se continuano a spremerle – domani esse potrebbero chiudere, facendo scomparire con loro il modello di benessere a cui la Toscana è abituata e pure le aziende sane e corrette».
Toni apocalittici e drammatici, non usuali per un’organizzazione di categoria pacata e in genere collaborativa. Ma Zavanella e tutti quelli che sono intervenuti ieri alla presentazione della manifestazione fanno capire che il limite è quasi raggiunto.
Il presidente continua: «Stiamo cercando di costruire l’ultima trincea tra forconismo e possibilità di cambiare le cose democraticamente, perché il 18 febbraio tanti non hanno partecipato al corteo nazionale di Roma, commentando che “le manifestazioni non servono più a niente; verremo solo quando andrete a spaccare tutto”. Siamo l’ultimo alveo democratico, ma qui c’è un problema sociale, si cancella un modello di territorio senza che nessuno abbia in mente cosa venga dopo».
Un grido disperato a cui si associano presidenti di consorzi di ogni tipo: titolari che intaccano i risparmi di una vita per non licenziare i lavoratori («Siamo un ammortizzatore sociale, i nostri operari sono la nostra famiglia»). Ancora, imprenditori costretti a pagare a costi standard fornitori imposti per legge da altre parti d’Italia, quando quello locale farebbe loro risparmiare («Coi soldi nostri alimentiamo economie lontane, talora dubbie; e per rientrare in budget compriamo anche meno, a scapito della nostra produzione»). Persone che vedono la fine vicina («Abbiamo pochi mesi di vita» oppure «Siamo in guerra con morti, feriti e quartieri bombardati»).
Dopo anni di richieste d’ascolto, dopo tavoli di trattativa promessi e mai realizzati da chi «fa politiche folli», è ora di «alzare il livello di scontro».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
