Il Tirreno

Pisa

«Quel medico fascista salvato da mio padre»

di Marco Barabotti
«Quel medico fascista salvato da mio padre»

Un bimbo ebreo strappato alla morte, il dottore catturato dai partigiani l’intervento per evitare l’ingiusta vendetta quando venne la Liberazione

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PISA. Sessantanove anni fa veniva chiuso il campo di concentramento di Auschwitz, con le truppe dell’Armata Rossa che abbatterono i cancelli di quel famigerato campo che poi è diventato il simbolo di tutti i crimini perpetrati dal regime nazista ai danni  di milioni di persone. Oggi la riflessione sul dramma dell’Olocausto la facciamo attraverso la testimonianza di uno che quei momenti li ha vissuti davvero, seppure allora fosse appena un bambino: Guido Cava, oggi presidente della Comunità Ebraica di Pisa. Cava vuol partire però da una bella storia capitata alla sua famiglia.

Il medico fascista. «Eravamo sfollati a Calci - racconta Cava - quando a un certo punto, con l’avvicinare del fronte, fummo costretti a sfollare sulle colline in cima a Calci. Il contadino che ci ospitava era un socialista come mio padre. Un giorno arrivò mia zia Ada e ci disse che a Lucca la situazione era migliore e potevamo trasferirci là. Ma ecco che a mio fratello venne un febbrone. Fummo costretti a chiamare un medico che, ricordo ancora oggi, arrivò su con una Guzzi rossa: indossava una camicia nera con la cimice. Il medico fece un’accurata visita a mio fratello, al termine della quale diagnosticò una polmonite bilaterale e disse senza mezzi termini che andava trasferito in ospedale».

«A quel punto - prosegue Cava - mio padre, con un po’ di sgomento, guardò il contadino per avere una risposta magari con il cenno della testa. Dopo un attimo ruppe gli indugi. “Siamo una famiglia ebrea, non possiamo andare in ospedale”. Il medico ribatté: “Ho capito” e senza indugi raggiunse la moto e se n’andò. Si rimase per circa un’ora nel dilemma: ci avrebbe denunciato o no? Quando tornò con le medicine capimmo che avevamo davanti una brava persona».

«Ma la storia non finisce qui - aggiunge il presidente della Comunità Ebraica di Pisa -. Mio padre, mesi dopo, nei giorni della Liberazione, lo riconobbe in una piazza, sottraendolo alla vendetta dei partigiani: “Io sono ebreo e lui ha salvato mio figlio”, gridò».

I lavori coatti. Poi Cava ricorda invece una storia brutta, «che purtroppo oggi - dice - pochi rammentano».

«Parlo - afferma Cava - del tristemente famoso campo di Coltano che prima di essere centro di raccolta dei prigionieri repubblichini (tra i quali Dario Fo, Walter Chiari, Luciano Salce, Enrico Ameri, Mirko Tremaglia, Raimondo Vianello; mentre il poeta Ezra Pound era rinchiuso pochi chilometri più in là, a Metato, dove compose i suoi “Pisan Cantos”) era stato infatti, dal 1939, campo di lavoro per gli ebrei di Pisa e di Livorno. In quel luogo maledetto, quando tutto precipitò e non potevamo avere più nulla, mio padre fu costretto al lavoro coatto, come tutti gli ebrei maschi e maggiorenni: lì a Coltano c’era un campo di lavori forzati. I nostri uomini di Pisa e di Livorno venivano prelevati la mattina presto e portati là a lavorare la terra. Il compenso erano i pochi ortaggi che riuscivano a conservare. A Pisa il camion li prendeva la mattina sul lungarno dove li scaricava la sera, sfiniti».

La strage in casa Roques. «La più grande tragedia pisana consumata contro gli ebrei fu quella del primo agosto 1944, quando un gruppo di tedeschi arrivò in via Sant’Andrea 22, in casa di Pardo Roques, eminente esponente della comunità ebraica, grande benefattore: l’uccisero ferocemente insieme a altre undici persone.

«Una strage che nacque - racconta Cava - nella confusione e nel caos del momento della ritirata tedesca».

Il parnàs. Pardo Roques era il parnàs, termine sefardita per indicare il "capo".

La guerra era ormai alla fine, i nazisti cercavano di ritardare la ritirata, dall'altra parte del fiume avanzavano inesorabilmente, ma con una lentezza esasperante, gli americani.

Nel mezzo c'era il centro cittadino, una terra di nessuno frequentata da sottoproletari, ragazzacci per niente scontenti della chiusura delle scuole, qualche donna che andava a vendersi agli americani. Gli abitanti dei piani alti erano sfollati da tempo sulle colline, nei piani bassi e anche negli scantinati era rimasta la gente più povera, le autorità fasciste erano fuggite, i bombardamenti avevano prodotto morti e cumuli di macerie.

Pardo Roques non volle lasciare la città, girava per via Sant'Andrea con un grosso bastone, la sua casa piena di quadri e di libri era divenuta nel tempo il salotto di tanti intellettuali pisani, punto di ritrovo delle famiglie di religione ebraica.

Pardo Roques era convinto di non aver niente da temere perché aveva generosamente dispensato elemosine a tanta gente, perché a 70 anni si considerava un vecchio contro il quale non ci si può accanire e infine perché si sentiva circondato dalla stima dei pisani, anche quelli non ebrei.

Invece, quel primo agosto, la furia omicida di nazisti che si sentivano come una muta di cani braccata da partigiani e alleati, si scatenò contro di lui e le altre vittime innocenti: lo ritrovarono con il cranio sfondato, accanto a lui altri sei ebrei, tre domestiche di religione cristiana e due vicini di casa casualmente presenti al momento dell'irruzione tedesca. E' passato alla storia come l'eccidio di Sant'Andrea.

Sant'Andrea, a due passi dalla sinagoga, senza mai essere stata un ghetto, è diventata il simbolo pisano della persecuzione razziale degli ebrei.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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