Il Tirreno

Pisa

Era incinta, è rimasta lo stesso due mesi al carcere Don Bosco

di Lucia Maffei
Era incinta, è rimasta lo stesso due mesi al carcere Don Bosco

Alla fine, dopo il parto, il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha deciso di farle scontare la pena a casa di uno zio a Torino

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PISA. Si trova già a Torino dai parenti, insieme al suo bambino appena nato. La giovane mamma che ha trascorso due mesi in prigione al Don Bosco con il pancione, partorendo la mattina del 30 ottobre all'ospedale Santa Chiara, non sarà affidata a una casa di accoglienza. Ma sconterà la pena a casa dello zio, insieme al compagno e agli altri quattro figli, senza possibilità di uscire almeno per un anno.

Questa è la decisione del Tribunale di sorveglianza di Firenze, che conclude una storia iniziata la scorsa estate. Quella di Celeste (il nome è di fantasia), 24 anni, una ragazza di etnia rom che il 7 agosto è stata arrestata a Livorno per furto. Al sesto mese di gravidanza. Da quel momento e fino alla fine di ottobre, quando ha dato alla luce un maschietto, è stata detenuta in carcere.

Cosa dice la legge in casi del genere? Un articolo del codice penale, il 146, stabilisce l’obbligo di rimandare l’esecuzione della pena in caso di donna incinta. In sostanza: il carcere non è considerato il luogo più adatto per una detenuta che aspetta un figlio, per questo la pena deve essere rinviata.

Perché allora Celeste ha trascorso mesi nel Centro clinico femminile del Don Bosco nonostante il suo stato? Perché la sua situazione personale e giuridica era valutata come particolare. A oggi Celeste deve scontare 14 anni, un “definitivo pena” maturato da quando era ancora minorenne per una serie di furti compiuti nella zona di Venezia.

Non solo: a Celeste la detenzione domiciliare era già stata concessa dal Tribunale di sorveglianza dei minorenni di Venezia, ma lei si era resa irreperibile.

In questo quadro il Tribunale di sorveglianza fiorentino, presieduto da Antonietta Fiorillo, ha rimandato al 31 ottobre l’udienza per decidere sul caso di Celeste in modo da cercare nel frattempo una struttura protetta alternativa al carcere che potesse accogliere mamma e figlio, nell’ottica di «tutelare almeno il bambino». Il risultato è stato che la casa di accoglienza, nonostante ricerche compiute in Toscana e a Torino, non è stata trovata. La ricognizione è stata fatta anche a Torino perché Celeste aveva dichiarato di poter andare là, in modo da raggiungere i familiari e il compagno.

Data l’assenza di disponibilità di strutture protette e dato il parto ormai avvenuto, il tribunale ha deciso di rigettare l’istanza di differimento e di concedere a Celeste la possibilità di scontare la pena vicino alla sua famiglia, a casa dello zio, dove la giovane è stata accompagnata domenica mattina scortata dalla polizia penitenziaria.

L’avvocato di Celeste, Massimiliano Pecchioli, è soddisfatto per l’esito della vicenda, ma ha anche alcune riserve: «Due mesi di gravidanza in carcere non sono l’ideale – afferma – Bene la valutazione di strutture alternative, ma non se questo comporta la detenzione di una donna incinta, che comunque è stata costretta a partorire lontano dai suoi parenti». E conclude: «Sarà che gli zingari non sono ben visti, ma la pena non deve mai essere inumana».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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