Il Tirreno

Pisa

Raccolti oltre 21mila euro per il carcere Don Bosco

di Gianluca Campanella

Quasi tutto esaurito il teatro Verdi per “L’illogica allegria” dedicato a Gaber Bisio fa il mattatore, mentre Sofri conclude con una critica ai giudici

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PISA. Lo spettacolo “L’illogica allegria” di mercoledì sera al Verdi ha avuto 766 presenze (su circa 800 posti di capienza del teatro), ha incassato 21.042 euro e voleva essere tante cose: omaggio a Giorgio Gaber a dieci anni dalla scomparsa, raccolta fondi per migliorare le condizioni di vita dei detenuti nel carcere Don Bosco e «uno spettacolo senza rete, perché non c’è stata alcuna possibilità di provare», come recita il programma distribuito in sala da assessori e deputati, nell’insolita veste di maschere.

Claudio Bisio, presentatore d’eccezione, si cala subito nella parte: «Sarà una serata anarchica, per esempio sembra che io dica cose sensate». E il pubblico sta al gioco, duettando con il comico milanese sul palco; Bisio fa notare: «Ci sono dei posti vuoti. Qualcuno ha pagato e non è venuto?». Pronta, una voce dai palchi di sinistra: «L’hanno arrestato prima». E giù applausi e risate, continuate per tutta la gag tra i due che si rinfacciano presunte pisanità e livornesità.

Bisio improvvisa per tutta la serata e ha quasi sempre la risposta pronta (solo con Adriano Sofri ha sfiorato la gaffe ed è rimasto in silenzio); in uno dei tanti sketch, interpreta le vignette di Sergio Staino (regista della serata insieme ad Alice Guadagni) e dalle galleria qualcuno urla: «Noi non vediamo». Ancora una volta, la sferzata vincente del comico: «Nessun problema, i disegni sono così così e il testo ve lo dico io».

Ma un po’ tutti gli artisti fanno quel che vogliono. Roberto Vecchioni spiega perché si sposta verso la destra del palco: «A destra si dicono cavolate, si urina e si canta» (la versione originale è un po’ meno raffinata). E sostiene che quando Giotto disegnava capolavori, «i tedeschi – che oggi vogliono primeggiare – non sapevano nemmeno dipingere. Come sono felice di essere italiano!».

L’inatteso filone patriottico era stato inaugurato da Bisio qualche minuto prima, quando aveva recitato versi che dipingono gli italiani come «cialtroni», ma gli unici capaci di vivere bene e di portare allegria. Anarchia, appunto, dal pubblico a volte accolta bene (generosi gli applausi che perdonano più di una stecca a più di un artista), altre con freddezza: in particolare quando si rischia qualche indulgenza verso il buonismo e la retorica facile. Anarchia, come quella di Bobo Rondelli, salito in scena in dubbie condizioni psicofisiche e capace di introdurre il suo capolavoro “Marmellata” con la tesi secondo cui la parte migliore delle celebrazioni eucaristiche «è quando il prete dice: “La messa è finita, andate in pace”». Simpatia, come quella degli irresistibili Gatti Mézzi che fanno ridere anche quando portano in scena brani tristi, in linea con «la nostra fase necrofila»: Francesco Bottai ha perso il plettro della chitarra e Tommaso Novi ne chiede uno al pubblico in sala.

Ma dicevamo la gaffe: Bisio aveva introdotto Alessandro Benvenuti come l’unico presente anche otto anni fa al Verdi per l’analoga iniziativa a favore dei detenuti e in ricordo di Gaber. Quando tocca a Sofri, il comico gli chiede scusa: «C’eri anche tu». E l’intellettuale lo gela: «C’ero ed ero anche detenuto». Bisio gli lascia la scena senza aggiungere altro. Palco nudo, solo un leggio al centro; e Sofri racconta la sua esperienza in carcere, concedendosi una sparata che alcuni hanno percepito come contro i giudici.

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