Il presidio
L’angoscia degli sfollati mentre la città bruciava
Ultimi racconti dei nostri lettori per ricordare il raid aereo di settant’anni fa Il ritorno in città dalle campagne, la scoperta che molti parenti non c’erano più
Mia zia morta
ai Cappuccini
«Bombardano Pisa, bombardano Pisa!». Le grida di disperazione e i pianti, per me, bimbetto di quattr’anni non avevano senso. In collo alla mia nonna, sulla scala esterna della casa colonica dove eravamo sfollati, grazie alla conoscenza di una famiglia di agricoltori di Pontasserchio, guardavo sbalordito quella baraonda di urli, ammiccamento al cielo, di mani nei capelli delle donne tutte intorno. «Nonna, nonna, cos’è successo?». «Bombardano Pisa, nini - mi disse Argia, la nonna materna - Mamma, zio e zia sono andati a casa proprio oggi, e babbo è a Livorno». Non capivo, vedevo solo lo scintillio degli aerei, lassù alti e il brillìo di qualcosa che scendeva a terra come neve: erano le bombe che cadevano. Non capivo il senso della disperazione e perché quelle colonne di fumo nero che si alzavano lontane, verso il cielo, creassero tutta quella confusione. Era il 31 agosto del 1943. Mio padre, lasciata la bicicletta alla stazione, aveva preso il treno per Livorno dove lavorava, e mia madre con il fratello e la cognata, sfollati insieme a noi, erano andati, ovviamente a piedi, a Portanuova per dare un’occhiatina a casa, perché di quei tempi la gente disperata entrava nelle abitazioni rimaste incustodite e portava via tutto. Al loro ritorno si seppe come il bombardamento avesse colpito principalmente la zona della stazione e Porta a Mare. Ma fu solo con il rientro di mio padre a casa che conoscemmo a pieno la tragedia. La stazione che lui da Livorno aveva faticosamente raggiunto con mezzi di fortuna per tentare di recuperare la bicicletta, non esisteva più; tutto intorno solo macerie, morti e squadre che recuperavano cadaveri, cercando e sperando di trovare qualcuno ancora vivo.
Allora in famiglia cominciarono a pensare ai parenti prossimi: «Domattina vado a Pisa», disse mio padre che aveva una sorella, moglie di un ferroviere , che abitava in San Giusto. Così la mattina successiva mio padre, mia madre e io bambino ci ritrovammo per strada, verso Pisa. Un po’ a piedi, poi su un barroccio che ci scaricò a Porta Nuova, poi di nuovo a piedi. In città lo spettacolo era orrendo macerie da tutte le parti, verghe dei binari divelte, contorte come cavatappi e ritte verso il cielo. Mia zia, la sorella del babbo, fu trovata in strada vicino ai Cappuccini, dove era andata a cercare di prendere uno dei figli che era all’asilo; una bomba caduta lì vicino, l’aveva uccisa con lo spostamento d’aria, spogliandola quasi completamente.
Roberto Balestri
Quei bimbi
morti nei vagoni
Settant’anni sono trascorsi, ma quel giorno funesto per la nostra città non si potrà mai dimenticare. Ore 12, suona l’allarme. Con la mia famiglia abitavo in via San Francesco. Come accadeva ogni volta che suonava la sirena, andavamo a passo svelto dalla fine della strada verso la campagna che per noi era rappresentata dal terreno incolto senza nessun fabbricato, salvo quello in costruzione che poi è divenuto il carcere di Don Bosco. In casa con noi, oltre babbo, mamma, tre figli e la nonna, c’era sempre un cuginetto di pochi anni che ci veniva lasciato dalla madre perché andava a lavorare. Quello di portarlo via da casa era compito mio. Dopo un’ora circa che eravamo scappati e non avendo ancora visto aerei, tornammo a casa e ci mettemmo a mangiare. Ma di lì a poco un rumore assordante e un cupo “ron-ron” sulla nostra testa come una cappa di piombo, attraversò il cielo. Giù dalle scale di corsa (stavo al terzo piano) presi il bimbo tra le braccia e via di nuovo per la campagna. Erano arrivate quelle che furono chiamate le fortezze volanti, tantissime, che in pochi minuti lanciando bombe a catena, distrussero gran parte della nostra città. Volevano colpire la ferrovia ma non la presero, invece distrussero le case che già da prima della stazione furono colpite fino a tutta Porta a Mare comprese la Saint-Gobain e la Piaggio. Mio padre era al lavoro alla ferrovia, così per sapere se era ancora vivo chiesi ad una amica sfollata la sua bicicletta per andare a cercarlo. Ebbi modo di vedere tutta la distruzione di quella parte della città; morti e tante macerie erano sulla strada, anche le campane della chiesa. Sul fosso dei Navicelli vidi una barca con sopra due persone morte, nude a causa dello spostamento d’aria, e quando alzai gli occhi, vidi una casa completamente distrutta; era rimasta solo una parete e accanto a questa vi era una donna nuda, con le braccia allargate infilate dentro al muro. Finalmente trovai un passaggio ed entrai nella ferrovia, vidi un uomo che camminava svelto e da dietro riconobbi mio padre. «Babbo!», gridai e il nostro abbraccio fu fortissimo. Lui mi spiegò che si era salvato dalle schegge dentro un casotto di legno della ferrovia. Mio padre mi disse: «Ora che hai visto che sono vivo vai a dirlo a casa, io mi metto a cercare i miei compagni ferrovieri». Così feci, ma una scheggia in terra mi forò la bicicletta che fui costretta a trascinarmi dietro perché non era mia. Arrivai alla stazione e sentii urla di dolore e di spavento e voci che dicevano che nel sottopassaggio, ostruito dalle macerie delle facciate della stazione, erano rimaste affogate tante persone (parlavano di duecento) per la rottura di un tubo dell’acqua. Proseguii di poco per uscire dalle verghe dei binari verso la scala più vicina e lì vidi con raccapriccio una cosa terribile. Su un binario morto, c’erano due vagoni destinati a portare dei bambini ad una colonia, le carrozze erano state colpite durante il bombardamento e tutt’intorno erano sparsi le manine e i piedini dei piccoli. Portandomi sempre dietro la bicicletta attraversai via Vittorio Emanuele, anch’essa colpita ed andai in via San Francesco. Dissi ai miei che babbo era vivo e poi raccontai a tante persone che si erano radunate la tragedia di Pisa.
Mirella Vernizzi Callaioli
Il filo della memoria
non deve spezzarsi
Impossibile raccontare un fatto tragico accaduto settant’anni fa quando sei nato ben trentacinque anni dopo. Anche settant’anni fa il sole doveva picchiar duro, la guerra aveva azzerato bagnanti, turisti e pendolari, ma la vita di città no, quella era bella viva. Solo le nuvole potevano portar sollievo, invece ogni tanto dei roboanti bombardieri spegnevano la “luce” e s’accendeva la sirena, ma un soffio di vento li portava altrove lasciando il sole a fare il suo lavoro. Ma non quel giorno. La campanella del pranzo per mille pisani suonò sinistra, l’azzurro divenne grigio per sette lunghi minuti, troppo per qualche nuvola, non per centocinquantadue uccellacci neri che rilasciarono il loro temporale di morte e devastazione. Niente rumore, niente odore, niente grida, niente pianti, i sensi di oggi non possono percepire niente di ciò che fu, solo gli occhi possono bagnarsi di fronte alle immagini in bianco e nero, alle parole smorzate di chi c’era e a fatica racconta. Penso alle bombe che colpiscono la Pisa che rivedo nei miei album di famiglia o dove i miei passi quotidianamente calpestano quelle strade, quegli edifici, quei prati: i quartieri di San Giusto e di San Marco con le case dei miei nonni e dei miei zii, la stazione ferroviaria dove per decenni si è affacciato mio padre con il suo bel berretto rosso da capostazione, Porta a Lucca dove abita mia sorella con mio nipote, il primo della famiglia nato negli anni Duemila, così lontani dalle brutture del Secolo Breve. A rivedere la Storia e il Presente non posso non seguire questo labile filo che lega i luoghi e le generazioni della mia famiglia, non posso non guardare l’immagine aerea in bianco e nero del 31 agosto 1943 e quella del 2013, cosa c’era, cosa non c’è più, cosa c’è oggi. E con l’immaginazione metto sulla mappa dei punti rossi nei luoghi familiari, tutt’attorno crateri di bombe.
Ecco! In quelle due immagini distanti settant’anni ci sta anche la storia della mia famiglia.
Di questo ricordo mi faccio carico, cercherò di trasmetterlo al mio nipotino perché la memoria storica della città e della mia famiglia sia indivisibile.
Federico Sancimino
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