Il Tirreno

Pisa

Giorno di sole ma la morte piovve dal cielo

Giorno di sole ma la morte piovve dal cielo

A Putignano un bimbo vide gli ordigni cadere e pensò: «Perché lanciano delle uova?»

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L’abbraccio di Enea

in mezzo all’inferno

Era la sera del 30 agosto 1943, in casa del macchinista Enea c’era un gran fermento, la moglie Genoveffa, la figlia di 12 anni Graziella e la giovane nuora Milena avevano deciso: «Si fa il croccante».

Avevano pazientemente conservato certe mandorle che avevano ricavato dai noccioli di pesca. «Ma lo zucchero è poco!», si lamentò Graziella. Allora una vicina “ricca”, pur di partecipare, si offrì di metterci tutto lo zucchero che aveva.

Presto un certo odorino di caramello si diffuse per l’aria, portando una strana euforia. Si rideva di nulla anche perché da ridere c’era poco: la giovane Milena l’aveva amato per soli quindici giorni quel marito, prima di vederlo partire, ma lei era fiduciosa, non aveva paura di niente. Nell’avviarsi verso casa per la notte, arrivata a scantonare, all’improvviso si girò, il vento caldo le gonfiò la gonna scoprendole le bellissime gambe. Lei rise ancora una volta, con la mano si tenne la sottana e con l’altra salutò la famiglia: «Arrivederci in paradiso!». Triste presagio!

L’indomani... «Genoveffa fammi desinare che devo partire!». Con il cipollone delle Ferrovie dello Stato in mano, Enea era impaziente.

Sotto stazione aspettavano l’arrivo di un treno da Roma, che lui avrebbe dovuto riportare indietro, non poteva certo immaginare che quel treno sarebbe deragliato di lì a poco e che lui si sarebbe trovato a soccorrere tutti quei feriti, senza sapere da che parte cominciare, come pure non poteva immaginare che la nuora non sarebbe mai arrivata a consumare quel pranzo, presa in pieno da una bomba che prima di ucciderla l’avrebbe spogliata e resa nera e gonfia, non poteva immaginare Enea che gli sarebbe toccato scrivere al figlio lontano che lui, quella moglie lì, non ce l’aveva più. «Si desina subito Enea, s’aspetta Milena e poi…». E poi l’inferno. Enea, in un unico abbraccio, strinse a sé la moglie, la figlia e la zia zoppa. Si muovevano all’unisono.

Lui guidato dall’istinto gridava: «Di qua!». E crollava l’architrave sotto il quale avevano appena trovato rifugio. «Di là!».

E veniva giù il muro dove si erano appoggiati. Poi il crepitio degli incendi, il fumo e le urla atroci dei feriti.

Elio era un bel ragazzone biondo e stava consumando il suo magro pasto, assorto.

Lui aveva paura, una paura matta di rimanere sepolto vivo.

Quando si accorse di quello che stava accadendo, si precipitò al portone di ingresso, ma le scale erano già intasate dalla gente che cercava spintonandosi di uscire in strada.

Il terrore e i suoi 18 anni lo salvarono, si buttò nella tromba delle scale appena in tempo per vedere la casa crollare addosso a quanti cercavano la via di fuga, appena in tempo per vedere uno che passava di lì in bicicletta, continuando a pedalare, nonostante non avesse più la testa, tranciata di netto dalle schegge di una bomba, mentre un altro, sepolto fino al collo, gridava disperatamente aiuto.

Elio e Graziella si conobbero poi a fine guerra e decisero di diventare i miei genitori.

Oggi lei è l’unica testimone rimasta, ha 83 anni e anche quest’anno, come ogni anno, «È il 31 agosto!” ha detto appena sveglia.

Poi ha cominciato a sbirciare l’orologio e, quando le lancette si sono posizionate sull’ora fatidica, lei ha mormorato: «A quest’ora eravamo sotto le bombe».

Poi lo sguardo si è fatto assente, la memoria persa dietro a ricordi atroci, impossibili da dimenticare.

Daniela Cecconi

Il Papini disse

«Sganciano»

31 agosto 1943, ore 12.45, via S. Michele degli Scalzi, strada privata Palla seconda corte, oggi sparita sostituita da palazzi. Vi risiedono cinque famiglie di operai. Si sono dati il consueto buon appetito e tutti a pranzo fuorché Carla Menconi (esce dal lavoro alle 13 e rientra alle 16) e Destro Agonigi (ferroviere meccanico presso il deposito vicino alla stazione ferroviaria che pranza sul lavoro per orario spezzato). Suona l’allarme, il commento sulla porta della cucina: «Vai, bombarderanno nuovamente Livorno». Poi silenzio, continuano a pranzare perché dalle 14 alle 15 c’è da tornare a lavorare e i ragazzi al doposcuola. Tutto a un tratto il silenzio viene rotto dal rombo di molti aerei. Tutti in corte. «Sono tante fortezze volanti», ci trasmette il Papini, possessore di un binocolo. Alcuni di noi: «Guarda come brillano». Non facciamo in tempo a pronunciare tale frase che il Papini dice: «Sganciano». Tutti scappano nei rifugi antischegge che su ordine dell’Unpa (Unione nazionale protezione contraerea) avevano scavato in ogni orto che tutte le famiglie possedevano. Pianti, urla, la terra tremava. Poi silenzio. È finito il bombardamento. Tutti di nuovo nella corte: abbracci, pianti, vari commenti. Poi il fumo che si alzava dalla parte di Mezzogiorno (noi eravamo a Tramontana vicino a dove oggi vi è la caserma dei pompieri). Mia madre Norvegia urla: «Carla?» (una delle mie sorelle). E così pure urla la moglie di Destro il ferroviere. Siamo quattro ragazzi e inforchiamo le biciclette per vedere cosa era successo e per recarci alla stazione e in corso Italia dove mia sorella Carla lavorava come aiuto vetrinista - cameriera. Non immaginavamo cosa ci saremmo trovati di fronte superato il ponte della Piazza Vittorio. Palazzi distrutti, militari e civili che cercavano di aiutare chi era ferito, chi si trovava sotto le macerie, i morti. Dovemmo lasciare le biciclette perché le strade erano impraticabili e a piedi piangendo (tutti) cercavamo di giungere alla stazione e in corso Italia. Sul marciapiede di via Regina Margherita erano stati stesi alcuni morti. Non potevamo proseguire, fummo mandati indietro dai militari. Tornammo nella nostra corte, c’era Carla abbracciata a mia nonna e mia madre. Quando era suonato l’allarme, il grande negozio aveva mandato via il personale e i clienti. Lei era andata con il suo fidanzato sulle Piagge e da lì aveva vissuto il bombardamento. Quindi la nostra famiglia si riunì felicemente. Non fu così per la famiglia Agonigi. Destro morì sul posto di lavoro alla stazione centrale.

Paolo Menconi

Un itinerario

di dolore

Da un giornale radio del primo settembre 1943 avevo saputo che la mia Pisa era stata attaccata dagli aerei americani. Un commerciante che varcava la Cisa, diretto al sud, con la sua auto a carbonella, mi offrì un passaggio ed io potei verso metà settembre giungere nella mia città natale. Quale desolazione! Dal ponte dell’Impero, a piedi, con la mia valigia, passai lungo l’Arno, tra ammassi di macerie, davanti alla chiesa di S. Giovanni al Gatano sventrata, la facciata, allora verso l’Arno, non esisteva più e reggeva un po’ malcerto solo il campanile. Intorno, ancora pur attenuato, era odore di morte. Piazza San Paolo a Ripa d’Arno: intatta la bella facciata della chiesa ma sventrato tutto il fianco che mostrava il suo interno decapitato di tante belle colonne. Sul lato di fronte reggeva la Cittadella che però sarebbe scomparsa dalla scena per i bombardamenti del successivo 1944. Al Ponte Solferino una scena da sogno, quasi tutte le spalliere erano saltate in Arno, il ponte ancora valido pareva una lieve soletta lanciata tra le due sponde. Intatta la Madonna della Spina, ma solo tabernacolo di guglia in facciata giaceva infranto sulla strada ma i grandi palazzi dei Gualandi non c’erano più ed il gioiello gotico, veramente miracolato, campeggiava nel vuoto circostante. Varcato il ponte, presi verso piazza Carrara: una voragine di macerie dominava ove era il cavalcavia tra San Nicola ed il Palazzo Reale, per piazza Dante mi diressi a casa a Porta a Lucca e così ebbe termine per quale giorno l’itinerario del dolore dei miei sedici anni.

Antonio M. Fascetti

I cani latravano

non capivo perché

Avevo compiuto da poco 7 anni, ma la guerra e quel giorno non posso dimenticarlo. Quel martedì ero a casa con mio padre nel quartiere di Putignano, nella casa dove abito tuttora. C'erano stati tanti falsi allarmi in quel periodo, eravamo tutti convinti che Pisa non potesse essere colpita perché c'era la Torre, un po' come i romani pensavano che Roma non sarebbe mai stata bombardata perché c'era il Papa. Ma la guerra non si fa questo genere di scrupoli. Verso l'ora di pranzo risuona nell'aria l'ennesimo allarme aereo e non ci facciamo caso, anzi per noi è quasi il gong che annuncia che il pranzo è pronto, e ci mettiamo di buon ordine nel tinello per mangiare qualcosa, quello che potevamo permetterci in momenti del genere. Mio padre era una commerciante ambulante di tessuti e quella mattina ci eravamo svegliati di buon’ora per fare il giro dei clienti utilizzando il nostro barroccio ed effettuare le consegne o prendere nuovi ordini. Porta Fiorentina, Bastione di Stampace, Porta a Mare. Ora ci stavamo godendo un po' di riposo, al riparo dall'arsura che quel giorno di fine agosto ci stava regalando. Non pensavamo al futuro, ma al presente e alle necessità immediate, questo era il nostro massimo orizzonte temporale. Ricordo lo sfrigolio delle cicale e dei grilli e il latrato dei cani dei vicini. Ma per quale motivo? Non capivo, avevano già mangiato e gli altri giorni non l'avevano mai fatto. Perché allora? Mi padre mi fissò in silenzio, con il cucchiaio a mezz'aria mentre cercava di capire cosa stesse succedendo. Adesso nitriva forte anche il nostro cavallo e il frinio delle cicale aveva raggiungo un rumore molto forte. Troppo forte. Mi padre urlò qualcosa che non capii e mi trascinò fuori di casa e fu allora che vidi le uova, sì le uova. Le fortezze volanti aprivano i portelloni e lasciavano cadere il carico di morte sopra Putignano, anzi proprio sopra casa nostra! E piano piano, con il loro movimento parossistico, le "uova" cadevano più in là, verso Pisa. «Stanno colpendo la stazione», disse mio padre. Chi sta colpendo la stazione? E con che cosa? Fu allora che sentii il tremore, come se la terra respirasse, ora in modo normale, ora affannoso e vidi il fumo che si alzava alto verso Pisa. Mi mancava un senso: l'udito, non sentivo niente, solo il tremore che andava e veniva e il fumo. Ancora oggi non so se per lo choc o che altro, non sentivo rumori.

Pietro Bellagamba

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