Il presidio
Quei cadaveri straziati in piazza Vittorio
Il professor Marcello Bandettini, ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta ricorda come riuscì a salvarsi e cosa vide in città dopo l’attacco americano
PISA. Tra i tanti testimoni del tragico bombardamento del 31 agosto 1943, c’è anche un noto personaggio pisano che allora aveva 12 anni. È il professor Marcello Bandettini, uno dei componenti di una famiglia sulla breccia dell’odontoiatria da più di un secolo e da diversi anni ambasciatore in Namibia per il Sovrano Militare Ordine di Malta, dove grazie agli aiuti umanitari partiti proprio da Pisa, ha fatto costruire un asilo che può ospitare centinaia di bambini, salvandoli dalla fame.
Professor Bandettini, cosa ricorda di quel giorno in cui Pisa fu semidistrutta dai bombardamenti?
«La mia famiglia era sfollata a Ghezzano, mio padre Renato continuava a tenere aperto lo studio odontoiatrico a Pisa, nella nostra casa di via Vittorio Emanuele 31, oggi Corso Italia 89 e anche quella mattina del 31 agosto 1943 era andato al lavoro. Io, allora dodicenne e studente di seconda media, ero venuto in bicicletta a Pisa per seguire i corsi di recupero, visto lo scompiglio di quell’anno scolastico, dovuto ai trasferimenti delle scuole da Pisa.Terminata la mia mattinata di studio, verso le 12,30 circa ero passato da casa per salutare mio padre e informarlo che sarei tornato a Ghezzano. Mi ero avviato in bicicletta sulla via del ritorno quando, giunto in fondo a via Santa Marta, sulla mia testa e su Pisa si scatenò l’inferno».
Quale fu la sua prima reazione?
«Rimasi stordito e mi rincattucciai in un angolo della strada per un certo periodo di tempo, non rendendomi conto, inizialmente, di quello che stava succedendo. Passata la bufera di fuoco, capii che Pisa era stata vittima di un bombardamento aereo».
Quali furono i primi pensieri che affiorarono alla sua mente?
«Pensai a mio padre, tanto che tornai indietro fino a Corso Italia tra cumuli di macerie, urla e grida di disperazione. Con sollievo vidi che la mia casa era ancora in piedi in una strada devastata e in parte distrutta e mio padre, anche se provato e sotto choc, era fortunatamente incolume. Da ragazzo curioso e incosciente, risalii via Vittorio verso la stazione».
Che scene orribili si pararono davanti ai suoi occhi?
«Ce l’ho ancora impresse, nonostante siano passati settant’anni. Come il disperato soccorso alle suore domenicane, alcune delle quali estratte morte dalle macerie della chiesa omonima, parzialmente distrutta. Poi quella scena orribile dei tanti cadaveri straziati in Piazza Vittorio Emanuele».
Fu questo lo spettacolo più choccante?
«No, ancora peggio fu la visione dei corpi che affioravano nell’acqua all’imboccatura del rifugio posto antistante alla stazione: colpito dalle bombe, si era allagato per la rottura delle tubature. Qualche giorno dopo visitai il quartiere di Porta a Mare, il più colpito dai bombardamenti, tanto da essere quasi completamente distrutto. Vi si avvicendavano gruppi di soccorritori, cittadini di buona volontà spinti e sostenuti da spirito di solidarietà e fratellanza, caratteristica che non manca nei cittadini pisani, tra sgomento e lamenti dei sopravvissuti. Si cercava ancora di estrarre superstiti intrappolati sotto le macerie. Ho ancora impressa la scena di un povero fornaio rifugiatosi nel suo negozio con alcuni clienti. L’edificio crollò sopra il forno e quei poveretti rimasero imprigionati. Vi fu una corsa per cercare di estrarli dalle macerie, ma si arrivò troppo tardi: morirono non perché travolti dal crollo, peggio ancora: per la mancanza d’aria».
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