Il presidio
La strage a un passo dall’armistizio
Il professor Paolo Pezzino dell’Università di Pisa analizza la dinamica e le motivazioni dell’incursione
PISA. Le sirene si azionarono poco dopo le 12. «Lo stesso suono che si era udito molte altre volte nelle settimane precedenti», dice il professor Paolo Pezzino, docente di Storia contemporanea al dipartimento di Civiltà e forme del sapere dell'Università di Pisa. «Sembra, infatti, che le sirene suonarono almeno 150 volte dall'inizio dell'anno – spiega -. I cittadini, quindi, non si preoccuparono più di tanto».
Quella volta, però, una pioggia di bombe si abbatté su Pisa. Erano passate da poco le 13. E per la città fu l'inizio della distruzione. Era il 31 agosto 1943 e «152 aerei, tra Boeing B17 e B-24 Liberator, le cosiddette fortezze volanti, decollati dalle coste africane, lanciarono bombe da 250 a 500 chili ad alto potenziale. Si calcola – continua Pezzino - che furono sganciate circa 1100 ordigni per un totale di 400 tonnellate. Colpirono soprattutto la zona industriale di Porta a Mare e quella della stazione, che furono quasi totalmente rase al suolo. Anche altre zone della città, come i Lungarni, vennero colpite, ma Porta a Mare e la parte della stazione furono quelle più devastate perché erano obiettivi strategici importanti. In particolare la zona industriale, dove c'erano le fabbriche della Piaggio, della Saint-Gobain e della Vis, insediamenti industriali riconvertiti ad usi militari. La Saint-Gobain – prosegue lo storico - produceva vetri anche per usi civili, ma il confine tra civile e militare era molto labile: i bombardamenti avevano anche la finalità di terrorizzare la popolazione, ed è chiaro che la scarsità di un elemento fondamentale per riparare eventuali danni come il vetro, poteva essere considerato un obiettivo strategico in funzione della demoralizzazione della popolazione. La Piaggio produceva invece motori per mezzi bellici: era quindi obiettivo militare, così come la stazione, perché Pisa era uno snodo importante in quanto vi convergeva la linea ferroviaria da Firenze e quella Tirrenica».
«I morti accertati non si sono mai saputi del tutto - continua Pezzino -. Il calcolo ufficiale della Prefettura di Pisa parla di circa 950 morti, 1000 feriti, 961 case crollate ed altre 500 danneggiate. Pisa aveva circa 40mila abitanti e, in questi casi, è sempre difficile avere un calcolo preciso dei caduti perché non si può escludere che ci siano state persone, magari senza parenti, i cui corpi sono stati disintegrati nelle esplosioni».
Un attacco tanto breve quanto distruttivo. «Un bombardamento molto pesante, sia come distruzione materiale sia come numero di vittime, che, probabilmente, durò una decina di minuti – spiega Pezzino -. Gli aerei operarono ad alta quota, ad un'altezza di circa sei, settemila metri. Erano praticamente irraggiungibili dalla contraerea che non riusciva a sparare a quelle altezze».
Il bombardamento non fu casuale. «Pisa era un obiettivo strategico – spiega lo storico -. Aveva una funzione non solo industriale ma era anche un importante snodo ferroviario».
L'attacco risparmiò il Duomo e la Torre pendente, anche se procurò immensi danni al patrimonio artistico della città. «La zona di interesse degli Alleati – prosegue Pezzino - era quella di Porta a Mare. Piazza dei Miracoli aveva il grosso vantaggio di essere periferica ed era anche ben visibile dall’alto. Gli Alleati, poi, non andavano a distruggere volontariamente un patrimonio artistico, anche se c'era la determinazione a raggiungere gli obiettivi specifici del bombardamento, anche a costo di provocare dei danni ai beni artistici. Il Camposanto monumentale, ad esempio, fu, in un altro tipo di operazione militare, colpito da alcuni proiettili di cannone che ne danneggiarono il tetto. E ciò dimostra che la presenza del Duomo e della Piazza non inibì gli Alleati dal lanciare colpi di mortaio su quella parte di città occupata dai tedeschi».
L'attacco aereo avvenne cinque settimane dopo la fine della dittatura fascista (25 luglio) e a pochi giorni dall'annuncio dell'armistizio (8 settembre), siglato tre giorni dopo il bombardamento di Pisa. «Prima dell'8 settembre ci fu un'intensificazione dei bombardamenti – continua Pezzino -. Le trattative per l'armistizio erano avanzate, ma Badoglio e il Re erano riluttanti perché temevano la reazione tedesca. Gli alleati avevano l'impressione, non del tutto sbagliata, che vi fosse una sorta di doppio gioco o comunque non chiarezza nel raggiungere al più presto l'armistizio. L'intensificazione dei bombardamenti dalla caduta del fascismo fino all'accordo, aveva anche una funzione di pressione psicologica sul governo e sullo Stato italiano affinché l'armistizio venisse raggiunto al più presto».
«Il bombardamento di Pisa – continua Pezzino - non ebbe, però, una grande influenza nella firma dell'armistizio, perché le trattative erano in fase molto avanzata. Ed è tutto da dimostrare che quello ed altri bombardamenti abbiano contribuito alla resa dell'avversario. Prendiamo ad esempio il caso della Germania, il paese più bombardato, soprattutto durante l'ultima parte del conflitto: la resa dei tedeschi è avvenuta solo quando gli Alleati sono entrati nel territorio e hanno conquistato il paese».
«In Italia – prosegue Pezzino -, i bombardamenti contribuirono ad un distacco crescente della popolazione dal regime fascista, anche perché si dimostrò l'inconsistenza dei rimedi antiaerei: pochi rifugi e scarsa organizzazione nella difesa. Fu quindi ancora più evidente come l'Italia fosse abbastanza inerme davanti alle potenze alleate. Il bombardamento di Pisa servì per l'avanzata delle truppe alleate e per la ritirata progressiva dei tedeschi», pagato, però, a caro prezzo dalla città e dalla popolazione.
«Le perdite dei civili servivano a demoralizzare la popolazione e a staccarla sempre di più dal regime. Ma non furono, purtroppo, un elemento decisivo nel favorire la fine del conflitto. Gli attacchi aerei, per loro stessa natura, vanno a colpire pesantemente i civili. È giusto, quindi, ricordare e commemorare il contributo che i civili danno involontariamente ai conflitti. Un monito, questo, a non fare la guerra ma a mantenere la pace».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
