Il Tirreno

Pisa

Si scavava a mani nude per cercare i familiari

Si scavava a mani nude per cercare i familiari

Tanti i pisani che furono miracolosamente salvi, imprigionati tra le macerie Molti rimasero là sotto a lungo, finché qualcuno non riuscì a tirarli fuori

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Babbo salì sul treno

e non lo rividi più

Il 31 agosto del 1943 avevo nove anni. Vivevo a Balbano. Mio padre Guido era arruolato nei carabinieri e durante la guerra aveva prestato servizio all’Elba, poi in Francia, infine era stato assegnato alla caserma di Collesalvetti. Mio padre non vedeva la propria famiglia da due anni; durante il trasferimento in treno, alla fine d’agosto, passò dai luoghi dove viveva. Lanciò un biglietto dal finestrino con i saluti per la famiglia che finì in una scarpata. Poi però, preso da nostalgia, decise impulsivamente di scendere alla stazione di Nozzano per salutare la famiglia di persona. I commilitoni lo sconsigliarono di scendere: sarebbe stato considerato abbandono delle consegne, se non addirittura diserzione, ma mio padre disse che li avrebbe raggiunti il giorno dopo: si trattava di un ritardo di un sol giorno e avrebbe accettato l’eventuale punizione. Ricordo la gioia di mia madre e la grande festa dei parenti che vennero per salutarlo. Quella sera un conoscente che possedeva un camioncino con il quale doveva recarsi l'indomani all'Ardenza offrì un passaggio a mio padre all'alba del giorno dopo, ma lui rifiutò per poter stare ancora qualche ora con noi. La mattina dopo mio padre salì sul treno a Ripafratta. Presto si sentirono i colpi dell’artiglieria contraerea, poi i cupi rimbombi delle bombe che cadevano. Nel cielo si vedevano le sagome degli aerei nemici. Con mia madre, mia sorella e gli zii trascorremmo, dopo le ore felici, ore di angoscia. Ci dissero poi che la stazione di Pisa era stata distrutta. Toccò ai miei zii riconoscere il corpo di mio padre. Con un barroccio trainato dalle mucche riportarono a casa il mio papà, chiuso nella bara. Ricordo come in un sogno il funerale, lo spavento, la nostra sofferenza, ma soprattutto il dolore e il pianto inconsolabile di mia madre.

Renza Lunardi

Per ore non seppi

nulla di mio marito

Conobbi mio marito, militare di carriera all’aeroporto di Pisa. A un certo momento, dopo tante azioni di guerra, di nuovo fu imbarcato per un’azione di guerra (aerosiluranti), fu abbattuto l’aereo ma tutti riuscirono a salvarsi, rimanendo 24 ore sul battellino, rientrando poi a Pisa alla base. A maggio il comandante gli comunicò che sarebbe partito per un’azione sul Mediterraneo. Gli americani erano già in Sicilia. Mio marito a quel punto, con l’esperienza avuta, si rifiutò perché sul fronte andavano sempre gli stessi. Il comandante lo minacciò di diserzione, intanto la guerra aveva preso un’altra piega. Mio marito, allora fidanzato, escogitò di presentare un documento medico il quale certificava che io aspettavo un bambino (bontà del medico). Ci sposammo a luglio. La persona che partì al posto di mio marito non tornò più. Poi il 31 agosto arrivò il bombardamento. Abitavamo in San Marco. Il 31 agosto io mi salvai in un sottoscala mentre lui era all’aeroporto. Uscii dalle macerie che si erano accatastate e fui salvata dai buoni vicini. Di mio marito non seppi niente fino alla sera alle 7 quando tornò a casa passando tra macerie e morti. La notte dormimmo insieme ad alcuni militari a Riglione.

Rossana Marcheschi

Non ero nel rifugio

e così mi salvai

Erano quasi le 13 del 31 agosto del 1943 quando ebbe inizio il bombardamento. Mi trovavo in stazione al piano terra dell’edificio del personale viaggiante. Eravamo in cinque, quattro frenatori e il capo treno. Cercammo di raggiungere il rifugio davanti al Dopolavoro Ferroviario . Vi giunsi avanti ai miei compagni, ma per rispetto dei più anziani e del superiore detti loro la precedenza. L’ingresso nel rifugio era difficoltoso perché molto stretto e per la presenza di altre persone.

L’impazienza mi indusse a raggiungere Corso Italia, ma in piazza Vittorio Emanuele, in prossimità della statua, per lo spostamento d’aria creato dallo scoppio delle bombe fui gettato a terra e ricoperto di detriti. Fu qui che rimasi ferito. Liberatomi, mi rifugiai sotto gli archi delle Poste i cui piani superiori erano stati colpiti. Le macerie mi resero difficoltosa l’uscita anche per i traumi in precedenza riportati. Cessato il bombardamento, diradatosi il fumo e la polvere, mi incamminai per via Regina Margherita. All’inizio di detta via, dove è l’attuale edicola, c’era un militare diviso in due. Attraversato il ponte della Vittoria e dopo il teatro Politeama, allora tutto campi, persi i sensi e mi ritrovai ricoverato nell’ospedale militare nella struttura del convento dei frati Bigi dove rimasi venti giorni. Il rifugio dove entrarono i miei compagni e dove sarei dovuto esserci anche io fu centrato dalle bombe: morirono tutti. I resti del capotreno non sono mai stati recuperati perché rimasto disintegrato. Nel luogo del rifugio, anni dopo la guerra, per lavori fu fatto uno scavo dove fu rinvenuto un orologio che le Ferrovie davano in dotazione ai capitreno, dalla matricola risultò essere dello scomparso.

All’epoca avevo diciannove anni e i miei compagni circa quaranta. Mi sembravano anziani, ai quali davo del voi come era in uso allora da parte di chi veniva dal mondo rurale, anche se il voi non lo gradivano molto.

Il senso di rispetto che ebbi verso i più anziani ed il superiore mi hanno largamente premiato, permettendomi in quel momento di sopravvivere e giungere fino a oggi che sono alla soglia dei novanta anni.

Giuseppe Cei

ex ferroviere

Quei “puntini neri”

erano bombe

Io e la mia famiglia eravamo sfollati ad Arena Metato, ma proprio quel giorno pensammo di tornare a Pisa per rivedere la nostra casa. Abitavamo vicino al lungarno presso il ponte della Fortezza. Era l’una. Noi stavamo a tavola in salotto per il pranzo. Cominciammo a sentire un rombo cupo venire dal cielo, sempre più forte. Io, una bimbetta, spinta dalla curiosità, mi precipitai alla finestra aperta e, guardando in alto, vidi tanti aerei, che per la distanza sembravano molto piccoli, brillare argentei contro il sole. «Babbo – gridai – vieni a vedere, gli aerei stanno tirando qualcosa, vedo cadere tanti puntini neri!». «Sono bombe», urlò mio padre, strappandomi via dalla finestra. Dopo ci fu il finimondo: rumori spaventosi... sembrava che non finisse mai. Noi siamo stati fortunati: la nostra casa fu risparmiata. Eravamo vivi. Oggi sono qui, nella stessa casa, a ricordare.

Annamaria Logli

La mia amica

non si salvò

Sono nata nel 1938 a Pisa. Nel 1943 abitavo insieme ai miei nonni nella zona industriale di Porta a Mare, lungo il fosso, al 2° piano di una palazzina proprio dietro ai carabinieri. Il 31 agosto sembrava una giornata come le altre. Dopo aver “desinato”, verso l’una, andai giù a trovare la mia amica che abitava sotto di noi. Appena arrivata in fondo alle scale, sentii un rumore strano, rimbombante, pesante, di aerei. Allora alzai gli occhi al cielo e vidi che stavano lanciando degli oggetti. Chiamai la mia mamma dicendole che gli aerei stavano lanciando delle boccettine, lei mi afferrò, mi prese per i capelli e mi portò in casa. I miei genitori, con i nonni e gli zii, si abbracciarono in cerchio intorno a me per proteggermi perché ero la più piccola. Poi mio nonno ci urlò di scappare subito nelle cantine, che si trovavano al di sotto del livello della strada; mentre scendevamo le scale, queste si dividevano a metà sotto i nostri piedi e per miracolo arrivammo giù, appena in tempo. Il palazzo crollò sopra di noi. Rimanemmo sepolti lì non so per quanto tempo, poi i miei familiari e le altre persone del condominio che si erano rifugiate nelle cantine insieme a noi, si fecero coraggio e iniziarono a scavare a mani nude un buco tra le macerie.

È da lì che uscimmo tutti.

Fuori uno scenario indescrivibile: era tutto distrutto, non c’erano altro che macerie, persone morte dappertutto, feriti che urlavano, gente terrorizzata che non sapeva cosa fare, un inferno! C’era anche la mia amica che non aveva fatto in tempo a rifugiarsi ed era morta tra le braccia di sua madre.

Cercammo di andare via di lì per paura di un altro attacco e ci dirigemmo verso via Battisti. Mio nonno trovò un carretto con un pianale, ci caricò sopra me e mia mamma. Ci dirigemmo verso Asciano.

Giovanna Di Puccio

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