Il presidio
Lavoro, una generazione cancellata
La denuncia di una disoccupata: «Io, spedizioniere di 48 anni, ho perso l’impiego. Per lo Stato sono vecchia»
PISA. La perdita del lavoro, i disagi, la rabbia per l’indifferenza delle istituzioni. Un dramma che si vive, direttamente o indirettamente, in quasi tutte le famiglie, e a volte qualcuno decide di raccontare, perché la sua voce è la voce di tanti. Come la pisana Isabella Piattoli, 48 anni, spedizioniere internazionale. «Mi piaceva il mio lavoro - racconta - mi identificavo con esso, anche se faticavo 14 ore al giorno, ero in contatto con il mondo, ne facevo parte, ma dovetti lasciarlo. Da allora è iniziata la mia carriera di disoccupata. Fortunatamente potevo contare sull'aiuto dei miei e quindi barcamenarmi con lavoretti ad ore, qualche ripetizione o traduzione, un paio di volte persino contratti a tre mesi, senza cadere nella depressione più nera. Ma il salto di qualità non mi riusciva e perché? Perché ero (sono) troppo vecchia a 48 anni. E il nostro, citando McCarthy, non è un Paese per vecchi».
Tra gennaio a maggio di quest’anno due gravissimi lutti in famiglia e l’effimera sicurezza crolla. Lei non si scoraggia: le istituzioni avranno strumenti che permettano ad una persona ancora giovane sia dentro che fuori, preparata, flessibile e con forza di volontà e grinta da vendere, di superare un’emergenza tanto pressante.
Ma... «Prima di riuscire a parlare con l’assistente sociale è passato quasi un mese durante il quale, non avessi avuto persone vicino che hanno fatto i salti mortali per farmi letteralmente mangiare a pranzo e a cena, sarei stata sicuramente ospite della Caritas. L’incontro con l'assistente poi mi ha dato la conferma definitiva di quanto ormai sospettavo: non esiste niente, nessun ammortizzatore sociale, nessun aiuto materiale per le persone a rischio indigenza se non 300 euro erogati dal Comune nel corso di un anno. Quanto fa 300 diviso 12? Dimenticavo: naturalmente esiste una commissione apposita che, sembra, si riunirà tra settembre ed ottobre e poi deciderà se il mio caso è degno di tale esborso e, se lo è, bisognerà vedere se i fondi ci sono. Ho guardato incredula la signora ed ho chiesto: “Mi perdoni, ma se io già da domani non sapessi dove andare a sbattere la testa, lei cosa farebbe?” Risposta: “Le darei la lista dei dormitori”».
In Italia, ricorda Isabella, si parla tanto di disoccupazione giovanile, ma i nostri ragazzi possono almeno contare su contratti d'apprendistato e stage. In questo Paese si è già vecchi a 35 anni: «Stanno cancellando un'intera generazione. Una generazione che invece è una grandissima risorsa. Raccontare la mia storia, la storia di Isabella, ex spedizioniere di 48 anni, mi pesa: ho dovuto ingoiare un orgoglio ed amor proprio, ma se serve a far comprendere meglio la drammaticità e l'attualità del problema, non c’è sacrificio che tenga».
Come lei, ricorda la donna, «anzi messi anche peggio di me, in Italia ce ne sono altri 3.999.999. Qualcuno si suicida, altri vivono in auto, ad alcune madri vengono tolti i figli perché non possono sfamarli, altri li vedi alla Stazione e ti danno anche fastidio perché sono sporchi, bevono e chissà che altro combinano. Le istituzioni non ci ascoltano e del resto perché dovrebbero? Non c’è coesione, coordinazione tra questi milioni di disperati. Quando si fatica a mettere insieme pane e companatico figurati se si possiede un computer! Persino scendere in piazza costa soldi, soldi che non ci sono. E allora restiamo invisibili, inascoltati, snobbati: viviamo nel Paese delle emergenze ma non siamo riconosciuti come tale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google