Il presidio
Quel giorno il cielo era limpido e si vedevano le bombe cadere
I nostri lettori ricordano l’incursione aerea degli americani a settant’anni di distanza All’epoca bambini, non hanno mai dimenticato la paura e la distruzione seminate nel 1943
Protetto dai miei
in una cantina
Avevo due anni e tre mesi il 31 agosto 1943. Abitavo in via Porta a Mare allora n. 10 (mi pare) ora 35. Sono un sopravvissuto - anzi un miracolato insieme ai miei - del micidiale, orrendo, disumano bombardamento. Quello che so viene dai racconti di mio padre e mia madre. La nostra casa era sul canale dei Navicelli ora coperto: di là a destra la Saint-Gobain, a sinistra il nodo ferroviario. Eravamo al centro di tre obiettivi “strategici” di primaria importanza per i bombardieri americani. A causa dei falsi allarmi dei giorni precedenti, la gente non era andata nei rifugi. Noi come quasi tutti i pisani, data l’ora, eravamo in casa per il desinare. Erano quasi le 13 quando si sentì un sordo e lugubre ronzio farsi sempre più forte, cancellato improvvisamente dallo scoppio delle prime bombe. I miei mi avvolsero in una coperta e si precipitarono in cantina. Eravamo sotto un bombardamento di inaudita violenza. Sentimmo la casa sbriciolarsi sopra di noi. I miei continuavano a stare piegati su di me per darmi una vana quanto amorevole protezione. Intanto la pioggia di calcinacci e macerie aumentò. L’uscita della cantina fu ostruita. Buio assoluto. Il disastro non accennava non solo a cessare, ma nemmeno a diminuire. Ne usciremo vivi? Ma siamo ancora vivi? Il cervello non riusciva a capacitarsi di quella repentina e drammatica situazione. Meno di dieci micidiali, orrendi, interminabili minuti d’inferno, poi il silenzio assoluto, solo il tossire per la polvere e la mancanza d’aria. Mio padre riuscì dopo non pochi sforzi ad aprire un varco. Bianchi di calce che sembravano degli spettri, i miei riuscirono a portarmi fuori, terrorizzati, sanguinanti, traballanti, in stato confusionale, completamente sordi, increduli di essere vivi. Da non riconoscere dove erano. Ovunque morti, amputati, feriti, lamenti anche da sotto le macerie. Case completamente distrutte, voragini al posto della strada. Binari contorti al posto della ferrovia, la Saint-Gobain scomparsa. Non era rimasto nulla. Una cosa sola era restata e non una cosa di poco conto: la vita!
Giovanni Crini
Quella signora
vestita di nero
Il 31 agosto 1943 alle 13, nella villetta all’angolo tra via Regina Margherita e Piazza Guerrazzi, i miei familiari stavano festeggiando la cottura di due pani di farina bianca, comprata al mercato nero. Erano presenti quattro nonni, mia madre e una bisnonna. Mio padre, maggiore dell’esercito da poco rientrato dall’Albania, era in caserma. Mentre il rumore delle esplosioni si avvicinava, man mano che si susseguivano le squadriglie di bombardieri, mia madre cominciò a invocare la protezione di Gesù e dell’Assunta. Poco dopo si presentò alla porta del giardino una signora, che indossava un abito nero e un velo di pizzo, e disse a mia madre: «Vai con tuo figlio sotto il marmo del tavolo di cucina e ti salverai». Le bombe erano ormai vicinissime e uno dei miei nonni afferrò per un braccio quella signora e le disse: «Ma dove vuole andare? Ormai rimanga con noi!». Lei si divincolò dicendo: «Non posso, ho altre cose da fare». Terrorizzata, mia madre si accovacciò sotto il tavolo della cucina e i miei nonni si disposero intorno per farmi scudo con i loro corpi. Proprio in quel momento una bomba scoppiò sul camino della casa, che crollò. L’unica struttura che resistette fu un arco che per l'appunto era sopra il tavolo della cucina, unico mobile rimasto integro. Eravamo tutti sepolti sotto le macerie, con la polvere e la cordite che ci soffocavano. Una delle mie nonne intravide una piccola luce filtrante (era la finestrella della cucina). Si arrampicò sui mobili distrutti e sui pezzi di muro, e infranse i vetri con una gomitata, ferendosi. Il foro generò un effetto camino e la polvere fu risucchiata all’esterno consentendoci di respirare. Eravamo salvi, ma le bombe continuavano a cadere; ci dirigemmo verso il ponte della Vittoria per attraversarlo e ripararsi sotto gli alberi delle Piagge. Mio padre giunse con altri militari nei pressi di ciò che era stato una villetta, pensarono che fossimo rimasti sepolti sotto le macerie e cominciarono a scavare, ma non trovarono cadaveri. Lo strano fu però che non trovarono traccia nemmeno di quella signora vestita di nero. Nei giorni seguenti ci trasferimmo a Corliano. Dopo il 2 settembre 1944 mio padre fece un annuncio sui quotidiani per rintracciare quella signora e interessò all’episodio le autorità ecclesiastiche. Non accadde niente e nessuno ci fornì notizie; dopo qualche giorno i giornali pubblicarono un annuncio simile al nostro per un episodio analogo accaduto alla stessa ora e nello stesso giorno, credo, a Pontedera. Il mio nonno materno, ateo, mi diceva: «Renatino, io l’ho presa per un braccio e sono sicuro che era di ciccia!».
Renato Mariani
Salvati dall’acquaio
di pietra
Nel giorno del bombardamento mi trovavo in via Bonanno dove abitavo. In casa eravamo io, mia sorella Tina, mio fratello Amerigo, la nonna Carlotta e mamma Velia. Stavamo per andare a mangiare quando suonò la sirena dell'allarme aereo, quindi scappammo tutti nel rifugio di fortuna ricoperto di lamiera e terra che era davanti a casa e che ricordo come una specie di galleria dove solo noi bambini (avevo 7 anni) riuscivamo a stare in piedi. Successivamente all'allarme non accadde nulla. Infatti, la nonna cedette alle mie insistenze e mi portò fuori perché volevo in tutti i modi andare a mangiare tanta era la fame. Ho ancora vivo il ricordo, appena fuori dal rifugio, del rumore dei tanti aerei che arrivavano e che brillavano alla luce del sole. Il cielo era così limpido che potevo vedere perfettamente le bombe che venivano sganciate di là d'Arno. Seguì il rumore incessante delle esplosioni. Rimanemmo lì impietriti. Nella confusione generale ricordo che arrivarono dal ponte di ferro, quello della Cittadella, molte persone per cercare soccorso all'ospedale. Non posso dimenticare i tanti bambini tenuti in braccio sporchi e sanguinanti, gli sguardi disperati e angosciati di coloro che erano riusciti a scampare alla morte, del corri corri generale, anche di soldati per aiutare, e di mia nonna la quale chiedeva con insistenza della famiglia di sua figlia che abitava vicino alla ferrovia in via Conte Fazio. «È tutto distrutto, non c'è più nulla», rispondevano. Nonna era disperata fino a quando non vedemmo arrivare gli zii e mia cugina, tutti polverosi e pieni di escoriazioni, ma salvi grazie al loro acquaio di pietra sotto al quale si erano riparati.
Lauro Vaglini
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