Meteo
Fu un inferno di esplosioni e fiamme
Le incursioni aeree del 1943 raccontate da chi le ha vissute, un’altra serie di testimonianze inviate dai nostri lettori
Ero alla Piaggio
Non avevo ancora diciannove anni, da quattro ero operaio della Piaggio allo stabilimento di Porta a Mare, lungo il fosso dei Navicelli. Il 31 agosto del 1943 l’allarme suonò poco prima di mezzogiorno, stavamo per andare alla mensa. Aspettammo un po’ chiedendoci che fare. Molti si trattennero per mangiare e poi tornare a lavorare in officina sperando che l’allarme cessasse. D’altra parte, già altre volte, dopo l’allarme non era successo niente. Io uscii insieme ad altri, ero con la bicicletta. Andai verso l’Arno, quando ero di là dal ponte, cominciò il bombardamento. Fu un inferno di esplosioni, fiamme e rumori assordanti. Pedalavo con tutte le forze sperando di lasciarmi la morte alle spalle. Senza rendermi conto della strada che avevo fatto mi ritrovai dalle parti di Gello, a quel punto tutta la mia preoccupazione era tornare al più presto a casa, dai miei genitori. Mi diressi verso la Figuretta sulla via di San Giuliano, mi fermai un attimo per dire ad alcuni parenti che abitavano lungo la strada che ero vivo e poi subito verso casa mia, a Mezzana. Incrociavo gente che andava verso Pisa per sapere qualcosa di persone care, perché l’intensità e la durata del bombardamento e la successiva colonna di fumo avevano fatto percepire l’entità della tragedia che si era appena consumata in città. A Colignola scorsi mio padre che veniva a cercarmi. Con grande emozione ci abbracciamo e poi andammo subito a casa dalla mamma. Due fratelli, che erano nostri vicini di casa e lavoravano insieme con me, arrivarono assai più tardi. Uno dei due tornò a casa quando ormai i familiari pensavano al peggio. Aveva una figlia piccola, ricordo come fosse ora il pianto e i sussulti di quella bimba che temeva di aver perso il padre. Ripensando a quei momenti, c’è solo da augurare che simili drammi non si verifichino più, in nessuna parte del mondo.
Alberto Cecconi
Le foto di mio padre
Ricordo molto bene il 31 agosto di settant'anni or sono. Avevo 14 anni. Abitavamo tutti in via Pasquale Paoli quando all'ora di pranzo il mondo fino a quel momento relativamente tranquillo si capovolse. Avevamo ovviamente già saputo dei bombardamenti a Livorno, ma tutta una serie di falsi allarmi ci avevano come dire “anestetizzati”. I boati, i tremori e soprattutto la paura, tanta paura che non si dimentica. Il quartiere di Porta a Mare fu distrutto (per fortuna si salvò la Spina che è lì vicino). L'unico che non ebbe mai paura fu mio padre Gustavo Cenni: il giorno dopo il bombardamento era in strada, con la macchina fotografica per documentare il tutto. Da quel giorno la nostra residenza secondaria, per così dire, durante le incursioni fu il Duomo, dove con l'incoscienza della gioventù io trovavo anche il modo di giocare. Fu lunga, molto lunga fino all'arrivo degli americani, e neppure dopo le sofferenze sparirono. Saluti da una pisana ormai trasferita a Roma.
Tiziana Cenni
L’aviere non si salvò
Il 31 agosto del ’43 avevo 10 anni e abitavo in una casa di mio padre. Davanti c’era una piazzetta che confinava a sinistra con un palazzo. Sul retro esisteva un grande terreno. Suonò l’allarme; in casa eravamo mia madre, mia nonna ed io; mio padre, vigile urbano, era di servizio in portineria del Comune. Avevamo a pochi metri una sirena che ululava in modo lugubre da mettere i brividi. Corremmo in fondo all’orto. Dopo circa 30/40 minuti senza che niente fosse avvenuto, risalimmo in casa e ci mettemmo a tavola. Avevo davanti a me un piatto di minestra. Non appena iniziai a immergervi il cucchiaio, il piatto cominciò a sobbalzare e sentimmo dei boati spaventosi che sembravano volerci spaccare le orecchie. Corremmo, ma non arrivammo al nostro rifugio. Allora ci riparammo nel sottoscala e lo spostamento d’aria spalancò la porta che dava sulla piazzetta. Non saprei spiegare come ragionai in quel momento. Corsi a richiuderla come se fosse un riparo contro le bombe. Vidi nella strada un aviere che correva, lo chiamai in casa mia come fosse stata una sicurezza. Mi fece di no con la mano, continuando a correre fino a sparire dietro l’angolo del palazzo. Tornai nel sottoscala. Quando tutto finì, uscimmo fuori nella strada. Eravamo circondati dalle macerie, sembrava che fosse una giornata nebbiosa, era tutta polvere! Dietro l’angolo del palazzo giaceva in terra quell’aviere con la testa semi staccata dal corpo in un lago di sangue. Non appena mio padre ci raggiunse, con mezzi di fortuna, scappammo da Pisa e fummo ospitati da parenti sulle colline pisane vicino a Lari. Siamo stati fortunati. Nonostante abbia vissuto tutti i bombardamenti di Pisa nella guardiola del Comune senza scappare, mio padre non fu mai ferito. La nostra casa, invece, sebbene fosse in periferia, nel secondo bombardamento fu rasa al suolo. Tra le macerie furono trovate le famose catene, con cui venivano legate le bombe a grappoli. La mia famiglia perse tutto sotto le macerie, tranne, per fortuna, la vita. Il ricordo di quell’aviere non sono mai riuscito a dimenticarlo: se fosse venuto in casa nostra, quando l’avevo chiamato, si sarebbe salvato anche lui.
Angiolo Bacci
Quel rumore sordo
Non ero a Pisa il giorno del bombardamento, ma i miei ricordi nettissimi cominciano proprio allora, quando avevo solo 8 anni e mi trovavo con la mia famiglia nella casa di campagna. Era un rumore sordo che faceva paura quello che si sentiva provenire dal cielo: il rumore della formazione di bombardieri che si avvicinavano da sud verso la città, lontana da noi solo pochi chilometri. La mamma a la zia presero i binocoli e corsero sul crinale della collina che permetteva di vedere la città, noi ragazzini andammo con loro. Il rumore delle bombe che cadevano sulla città era orribile, ancor più spaventosa la nube di polvere che si alzava da laggiù, dove si trovavano tanti nostri cari. Solo oggi da vecchia mi rendo conto di cosa potessero avere in cuore la mamma e la zia, in città c'erano papà, il nonno, lo zio ed un'altra zia. Poi si vide emergere dalla nube di polvere che sovrastava la città una colonna di gente in fuga verso la campagna; e qui i binocoli fecero il loro prezioso servizio perché aiutarono a individuare i nostri cari.
Giovanna Ferrante
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