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Nell’antologia del ’68 Pisa rimane protagonista
Pubblicata un’opera monumentale sugli anni della contestazione giovanile L’ha curata il professor Borghello che racconta tanti personaggi legati alla città
PISA. C’è tanta Pisa nel libro di Giampaolo Borghello, “Cercando il ’68” (Forum, Udine 2012): una monumentale opera di 1.182 pagine più altre 68 (un caso?) di bibliografia ragionata. Sin dal primo capitolo, infatti, dedicato ai segnali precursori di quell’anno che cambiò la storia, c’è un episodio locale ma dalle ripercussioni nazionali, come la contestazione di Sofri a Togliatti nel marzo 1964.
L’autore, a lungo docente di italianistica a Udine, arrivò in città proprio nel 1965 come allievo della Scuola Normale e ci restò per nove anni, assolvendovi anche un pezzo di militare nella 46ª Brigata Aerea.
Abbiamo chiacchierato a lungo con Borghello, mescolando i suoi ricordi personali con la storia ufficiale e leggendo insieme passi della sua immane antologia, che ha occupato sei anni di lavoro. Ne emerge un ritratto divertente e rispettoso per un periodo che non è ancora stato metabolizzato dalla coscienza collettiva, ma che ha lasciato eredità pesantissime.
Sofri in Normale. La visita alla Scuola Normale Superiore del “migliore”, Palmiro Togliatti, era stata preparata con cura: il mitico segretario del Pci aveva accettato di partecipare al ciclo dedicato alla storia dei partiti italiani dal 1940 al 1948 e aveva declamato un discorso «storicista, prudente; probabilmente prevedeva obiezioni e critiche da “da destra” e invece fioccano vivaci contestazioni» da chi, di sinistra, mette in discussione la linea del partito.
L’intervento di Adriano Sofri «assume un significato simbolico, come esplicito segnale di una contestazione che sta maturando, del nuovo che avanza». Borghello, neo matricola di lettere l’anno seguente, ne respirava ancora l’eco «palpabile nei ricordi e nei muri».
Nel testo “Cercando il ’68” l’autore riporta anche la risposta di Togliatti e durante il nostro colloquio la commenta: «Le domande dei giovani sono su guerra, Resistenza e immediato dopoguerra; ma Togliatti capisce che l’inquietudine in realtà si riferisce all’oggi, non al passato. La leggenda metropolitana vuole che il segretario chieda un incontro con Sofri, ma muore nell’agosto del 1964 e non se ne fa più nulla».
Le Tesi della Sapienza. Sempre in Normale, febbraio 1967, si tiene la Conferenza nazionale dei Rettori: la Sapienza, location iniziale, salta per l’occupazione del palazzo. Qui gli studenti scrivono un contro-documento (conosciuto anche come “Tesi di Pisa”) che è uno dei più discussi del Sessantotto italiano. Tra gli autori ci sono anche Umberto Carpi (recentemente scomparso) e Gian Mario Cazzaniga, che rappresenta la Sinistra Ugi e cerca un punto d’incontro «con la tumultuosa crescita delle lotte studentesche». Le Tesi della Sapienza partono dalla nozione della Sinistra Ugi (comunista-psiuppina) che vede lo «studente come forza lavoro intellettuale in formazione». L’operazione è raffinata, ma perdente: spingere la Cgil e gli studenti verso un fronte comune.
Nonostante l’insuccesso, secondo Borghello, «quello che colpisce è il rigore estremo dell’analisi».
La presentazione del libro. Di recente il professore ha presentato in città il suo libro, accompagnato proprio da Cazzaniga e da Michele Feo (i tre sono tutti “Normale boys”, come Massimo D’Alema in quegli anni).
Feo, che è ordinario di Filologia medievale a Firenze, dedica proprio a «Gian Mario, rivoluzionario ascetico», uno dei brani più toccanti dell’antologia di Borghello. Il quale conclude: «Il ruolo di Pisa è importante per il ’68. Le continue citazioni nel libro non sono solo l’omaggio dovuto alla città nella quale ho studiato», ma un passaggio obbligato per capire quel periodo con il rigore scientifico di una ricostruzione politica.
Borghello aveva già scritto un altro libro, “Linea rossa” (Marsilio, 1982), dove si riporta la posizione degli intellettuali nel decennio a cavallo del Sessantotto: «Questo nuovo testo è prettamente politico».
Le canzoni. Nella presentazione cittadina e in molte altre, il dialogo con il pubblico comincia con la musica di “Contessa” di Paolo Pietrangeli e alla fine, mentre la gente scema via, c’è “Azzurro” di Adriano Celentano. Non è un caso.
C’è un intero capitolo del libro dedicato alle canzoni: quelle di lotta, come “Contessa”, vero e proprio inno del Sessantotto; e quelle commerciali che si vendevano nel 1968. Più avanti, spulciando fra le pagine, sbuca anche il cantastorie pisano Pino Masi.
Ma torniamo ad “Azzurro”: è prima in classifica dei “45 giri” per sette settimane consecutive a partire dall’11 settembre. La hit parade del ’68 è uno dei tanti camei del libro di Borghello, che il docente spiega così: «L’idea di base è far vedere come il mondo musicale viaggiava su altri ritmi. Anche in letteratura avviene un fenomeno analogo ed è interessante notare che la società vada per conto suo». Quasi distaccata, perché il Sessantotto da alcuni è stato snobbato, da altri sottovalutato e da molti vissuto con sospetto.
I vestiti. Il momento della verità, l’epifania, avviene in modo brusco e Borghello sceglie di renderlo attraverso la testimonianza di Franca Fossati, storica esponente del femminismo. Nel capitolo dedicato all’abbigliamento, l’episodio “minore” del 25 marzo diventa un risveglio che ha un valore “universale”. Fossati esce di casa a Milano con «il primo tailleur invernale della mia vita: blu, con gonna svasata e giacca corta. Scarpe, borsa e guanti erano rigorosamente in tinta». È il tipico modo di vestire delle ragazzine perbene dell’epoca; mentre i maschi usavano giacca e cravatta, con barba rigorosamente rasata. Fossati si ritrova testimone di uno scontro con la polizia alla Cattolica: cariche, manganelli e sangue. Si accorge della realtà e si sente «fino in fondo del movimento. Il giorno dopo non indossai più tailleur: jeans, scarpe basse e giaccone divennero anche la mia divisa».
Chiediamo a Borghello come si vestiva: «Avevo comprato l’eskimo per militanza, ma spesso usavo un giaccone marrone più elegante, che ho conservato insieme allo sciarpone abbinato». E tutti avevano barba lunga.
Il femminismo. Fossati è ricitata nel capitolo dedicato al femminismo, che non può mancare in un’opera che si propone di fare un ritratto a 360 gradi dell’epoca. Anzi, secondo l’autore, «il quadro del femminismo è quello che resta» del ’68 fra le conquiste maggiori: «Comincia prima, ma è lì che si sviluppa. Negli anni seguenti, con i referendum su aborto e divorzio le cose cambiano, c’è una componente “liberatoria”». Ma il femminismo originario è quello «del contrasto con le famiglie».
Di stretta attualità sono i femminicidi: chiediamo a Borghello se la sicurezza acquistata dalle donne può essere un elemento che spaventa gli uomini e aiuta a comprendere (ma assolutamente non giustifica) certi comportamenti come le violenze di genere. «Non credo – è la risposta –. La vedo più nei termini di qualcosa di ancestrale che riaffiora, in termini psichiatrici un’ossessione. Le prime donne che lavoravano sono state il vero cambiamento, che ha provocato stupore e indignazione. Ma dal femminismo in poi, sono state guardate con rispetto».
Cosa manca nel libro? In 1.250 pagine si trova veramente di tutto, persino le riproduzione dei volantini dell’epoca («i giovani d’oggi non sanno neppure cos’è un volantino politico») che Borghello comprava e colleziona. Di sicuro in tanti avranno chiesto all’autore spiegazioni su quella mole imponente di carta, tanto che lui premette: «Esiste una ricca bibliografia sul Sessantotto; io ho puntato sull’antologia» per creare un prodotto nuovo e diverso. Chiaro che a quel punto, «farla di 300 pagine sarebbe stato riduttivo. Ringrazio la comprensione dell’editore Forum, che ha assecondato l’idea di una sfaccettatura più ampia possibile, in cui si renda anche la contradditorietà del periodo». Noi, al contrario, proviamo a spiazzarlo e gli chiediamo se ha dimenticato qualcosa in “Cercando il ’68”. L’autore sta al gioco: «Qualcuno dice che manca l’indice dei nomi».
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