Il presidio
Dal muretto vedemmo riapparire la mamma
Lei fuggì da Pisa poco prima che gli aerei americani lanciassero le bombe Noi bambini eravamo a Pontasserchio e tememmo che fosse rimasta uccisa
di PAOLO GIANFALDONI
Certi ricordi del passato ovviamente resteranno vivi sempre nella nostra memoria; a volte sono richiami di eventi piacevoli, a volte tristi, a volte legati al nostro carattere, alla nostra sensibilità. Quando però nel ricordo è protagonista la mamma, allora intorno all’evento soprattutto si avverte un forte stato emotivo.
Si tratta di un episodio accaduto tanti anni fa, quando i risvolti, le conseguenze della guerra sconvolsero la vita quotidiana di tutti, provocando una serie di lutti e tragedie di eccezionale gravità.
Era il 1941, proprio all’indomani della morte di mio padre, quando all’improvviso tra la gente, a causa della guerra, sorse il problema dello sfollamento; una soluzione che avrebbe evitato le conseguenze di possibili bombardamenti. Di fatto con questo timore ben presto prese avvio l’esodo dei pisani verso la campagna; fino al punto che rimasero a vivere in città, solo il numero di cittadini sempre più ristretto.
Pertanto anche mia madre dovette affrontare questa difficile situazione che le comportò subito grosse difficoltà costretta ogni giorno, per ragioni di lavoro, a spostarsi dalla campagna alla città e viceversa.
Un mutamento di vita repentino per lei, se si pensa che solo pochi mesi prima viveva in piena serenità in famiglia, confortata dagli affetti del marito, dei figli e della madre; tutto ad un tratto si ritrovò vedova, costretta a lavorare e per altro sfollata.
Purtroppo in quel momento si era accanita proprio contro di lei tanta sfortuna.
Il difficile compito di sostenere la famiglia parve subito non preoccuparla. Era già insegnante elementare; pertanto presa da tanta volontà, sacrificio, pazienza, fede, richiami che divennero un sostegno formidabile per fare fronte alla difficile situazione fatta anche d’insidie ed imprevisti.
In breve tempo si abituò ogni giorno, già di buon mattino, a percorrere alcuni chilometri a piedi per raggiungere il luogo dove stazionava una diligenza che faceva servizio di trasporto passeggeri verso Pisa. Nel pomeriggio poi affrontava il ritorno a casa, sempre difficile perché l’orario del vetturino era discontinuo. Non a caso spesso si trovava costretta a chiedere un passaggio a qualche mezzo di trasporto in transito sulla strada di campagna; però lo faceva sempre con garbo e serietà, così da allontanare fin dal primo momento possibili e spiacevoli conseguenze; visto che la mamma oltre a risultare istruita era anche bella davvero; avrebbe potuto godere una vita facile accanto a mio padre, capitano dell’esercito, invece il destino riservò a lei una vita impegnativa e difficile, anche se confortata dall’affetto dei suoi figli e della madre finché rimase in vita.
Qualche volta raccontava la vita quotidiana di quel tempo, sempre avvolta dalla fatica, dal lavoro dagli imprevisti, ma tutto si addolciva rivolgendo il pensiero alla famiglia e pregando Dio che non accadesse nulla ai suoi cari.
Di fatto la situazione in generale della guerra in Italia si fece sempre più drammatica; i segnali premonitori da tempo erano stati recepiti dai cittadini; spesso nel cielo di Pisa sorvolavano aerei nemici in ricognizione; tanto da risultare un incubo per tutti.
La mamma ricordava ancora con viva emozione quel tempo trascorso per lavoro in città, il lugubre suono della sirena, le corse nei rifugi, i patemi d’animo, le reazioni immediate. Fuggire per nascondersi da possibili bombardamenti era divenuta un’esigenza per la propria sopravvivenza.
Quei nascondigli che in pochi minuti si riempivano di persone, tutte prese in quel momento da un forte spirito di solidarietà, aperte ad ogni tipo di comprensione. Ognuno raccontava le sue storie, le sue apprensioni, c’era sempre chi donava un sorriso, una parola di conforto, quanto mai necessari per riprendere la speranza e la fiducia, proprio per ricaricarsi ed attendere con calma io sviluppo degli eventi.
Intanto la guerra continuava la sua azione devastatrice spargendo ovunque morti, feriti, dispersi, deportati; così da generare uno stato di depressione e disagio generale tra la gente, costretta tra l’altro a sopportare la fame e la miseria; solo pochi eletti si salvavano dalla grave crisi.
In un clima del genere passarono giorni, mesi, fino a giungere al 31 agosto 1943; una data che la storia ricorderà per il vile bombardamento subìto da Pisa a opera degli americani, un catastrofico evento che ancora oggi, a distanza di diversi decenni, i sopravvissuti vivono momenti di emozione nel ricordo.
Raccontava la mamma che quel giorno fino dal mattino sembrò uno come tanti altri già trascorsi, lento, monotono, tanto da ritrovarsi puntuale al suo tavolo di lavoro, presso la sede dell’Inps che allora aveva sede in via Vittorio senza avvertire nulla che potesse allarmare, semmai sopportando il caldo ancora eccessivo; anche se fuori un leggero venticello dava un piacevole sollievo; poi all’improvviso il solito triste sibilo; l’allarme impose di nuovo il fuggi fuggi generale; quella volta nel cielo pisano erano state avvistate fortezze volanti e, guarda caso, nella circostanza i pisani avvertirono uno strano presagio.
Anche la mamma provò una particolare sensazione, tanto che invece di raggiungere come sempre il solito rifugio, presa dall’istinto, di corsa attraversò il Ponte di Mezzo e, avviandosi verso la periferia, decisa a raggiungere a piedi Pontasserchio, paese dove si trovava sfollata.
In breve tempo si trovò sola in mezzo ai campi, sotto il sole cocente. Ma aveva fatto solo poche centinaia di metri, quando quel silenzio di tomba che avvertiva intorno s’interruppe improvvisamente; esplose un forte boato, poi un altro e così via. Provò paura e sgomento; l’orologio segnava le 13.01. Ebbe subito la certezza che fosse accaduto qualcosa di molto grave, per altro, in quel momento, il ronzio degli aerei dava il senso della vicinanza.
La decisione più immediata fu quella dì proseguire sulla via di campagna, correndo a tutto fiato, fino a quando sì trovò costretta a riprendere il suo passo con fatica.
Ormai il vestito nero, che indossava a lutto, si era in parte imbiancato di polvere; il sudore scendeva dalla fronte; i tacchetti delle scarpe non reggevano più, lei vacillava; ma era tanto il desiderio di raggiungere la famiglia che sopportava con determinazione ogni ostacolo.
Per un lungo tratto di strada non riuscì a incontrare nessuno; alla fine apprese la notizia del bombardamento di Pisa da un contadino che al momento del suo passaggio usciva da una corte; la radio aveva annunciato anche morti, feriti e tanta rovina intorno.
A quel punto mia madre si considerò sopravvissuta, visto come erano andate le cose; di conseguenza per l’emozione il cuore prese a battere forte.
La nonna intanto, informata di quanto era accaduto, fu presa dal panico e dalla disperazione; sapeva che la zona colpita risultava proprio quella dove la mamma solitamente andava a rifugiarsi; tuttavia le notizie erano scarse e nulla poteva fare di più.
Noi figli avvertimmo il dramma, e sentendo forte il desiderio di riabbracciare la mamma, di stringerla con tutto il nostro sentimento, ci mettemmo a piangere a dirotto come disperati, nonostante il conforto della gente che coabitava nella casa colonica.
I minuti, passavano e il ritardo della mamma si fece sempre più pesante tanto che qualcuno lo intese come un cattivo presagio. Ancora oggi resta vivo il ricordo di quel muretto all’esterno della corte che dava su un fossato; nel tempo era divenuto un punto strategico per me e per mia sorella Giuliana perché ogni giorno ci appostavamo lì, in attesa di intravedere l’arrivo della mamma; il 31 agosto 1943 però quel muretto divenne per noi un luogo di dolore ma anche di speranza.
Ma la mamma ormai stremata era molto vicina, già aveva superato la prima casa del paese; la gente che assisteva ogni giorno al suo passaggio mostrava i segni di simpatia e anche quel giorno si trovava lì; alle domande rivolte, lei rispondeva sempre di non sapere nulla; aveva solo nell’orecchio ancora il rumore del bombardamento che, per la cronaca, sarebbe stato poi il primo di una lunga serie che avrebbe colpito e messo in ginocchio la città. Poi l’ultima curva, il rettilineo, quindi in fondo il muretto con tanta gente intorno.
Noi figli non esitammo un attimo a scorgere in lontananza la sagoma della mamma; ci staccammo con impeto dall’abbraccio della nonna per correre incontro a lei, pronta subito ad accoglierci a braccia aperte. Era tutta imbiancata di polvere, stanca, emozionata. Quanta gioia nel rivederci. Mia madre piangeva di felicità; capì di essere stata risparmiata da Dio da morte sicura e di questo avviso restò poi sempre convinta.
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