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A Pisa gli Stati generali delle università
La proposta del rettore Augello al ministro Carrozza. «Senza investimenti il sistema perde pezzi»
PISA. Da primo della classe si sente di poter dare consigli. D’altronde i riconoscimenti internazionali gli danno ragione. Massimo Augello, rettore di quello che la "Jiao Tong" University di Shanghai, ha classificato come il migliore ateneo italiano, lancia un appello al ministro dell’università, Maria Chiara Carrozza: «Facciamo a Pisa gli Stati generali delle università».
Un incontro con tutti i rettori da organizzare entro la fine dell’anno. Non è detto che sia per forza a Pisa. Va bene anche la Toscana. Certo che, considerati i natali del ministro e l’autorevolezza di chi lo propone, il raduno nazionale dei rettori dovrebbe avere un marchio pisano.
Lo spunto per chiedere una riflessione complessiva sullo stato di salute delle università deriva dalla valutazione elaborata dall’ateneo cinese. La Sapienza di Roma e Pisa si posizionano tra il 101° e il 150° posto al mondo, precedendo Milano e Padova, tra il 151° e il 200 posto, e quelli di Bologna, Firenze, Torino e del Politecnico di Milano, che si situano tutti tra il 201° e il 300° posto.
«Per quanto riguarda l'università di Pisa – ha spiegato nei giorni scorsi Augello – il bilancio è molto positivo, avendo scalato circa cento posizioni dal 2003, quando era collocata tra il 201° e il 250° posto al mondo, ed essendo diventata da alcuni anni leader assoluta in Italia, insieme alla Sapienza di Roma, dopo aver scavalcato atenei del prestigio di Milano, Firenze e Padova».
Per il rettore, però, deve far riflettere l’esclusione di quattro università dalla top 500 nel giro di dieci anni (da 23 a 19).
«A mio parere – è il pensiero di Augello – dobbiamo ripartire con azioni concrete e non con generiche lamentele di un sistema che, a causa di mancati investimenti, continua a perdere pezzi. È anche la conseguenza di una politica miope da parte dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese, che hanno continuato a tagliare i fondi e impedito di fatto gli investimenti in risorse umane tendenti a un ricambio generazionale. In tal modo il Paese non ha saputo cogliere il rilievo fondamentale che il mondo dell'università e della ricerca ha nella società contemporanea, non riuscendo a rilanciare e valorizzare l'enorme potenziale di ricchezza degli atenei italiani in un contesto mondiale sempre più competitivo e globalizzato. Le università di prima fascia scalano le classifiche perché fanno buona ricerca. Noi, come Italia, siamo messi piuttosto male. Ci sono paletti che non consentono ad ogni singolo ateneo di esaltare le proprie peculiarità. Occorre recuperare autonomia responsabile lasciando ad atenei solidi e in grado di investire la possibilità di farlo».
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