Il Tirreno

Pisa

E Carpi disse no alla polizia in facoltà

di Gianluca Campanella
E Carpi disse no alla polizia in facoltà

La città piange il professore. Tanti ricordi: una volta fermò la questura che voleva sgomberare Lettere occupata

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PISA. Professore e «comunista non pentito». Fosse facile descrivere l’uomo Umberto Carpi, arrivato a Pisa da studente normalista, basterebbero la sua professione (vera, è stato anche sottosegretario e sindaco) e la sua auto-definizione. Invece Carpi amava spiazzare la gente e non regalava mai tutte le sue sfumature di carattere. Ieri è morto (aveva 72 anni) e ancora è impossibile “risolvere” la sua figura. Due aneddoti (forse) aiutano: l’occupazione universitaria del 1993 e la mostra sul Duce nel 2003.

Cominciamo dalla prima. Carpi era preside a Lettere e gli universitari avevano “preso” la facoltà. Lo ricorda «con tantissimo affetto» Sergio Bontempelli, oggi presidente di “Africa insieme”, allora ventenne e come tutti i suoi colleghi intimorito «dall’autorità anche internazionale di quell’uomo». Insomma, Carpi raggiungeva le assemblee permanenti degli studenti e «litigava con noi, sembrava cattivo. Poi abbiamo saputo da fonti certissime che aveva esplicitamente fermato la questura, rispondendo al telefono: “Questa è una questione politica, non di ordine pubblico”. Ma a noi non lo voleva far sapere». In realtà la cosa era di dominio pubblico, al punto che persino l’attuale assessore alla cultura, Dario Danti, conferma: «Ero liceale nel 1993 e a scuola si diffuse la notizia». Però Carpi l’aveva sempre smentita e chiese pertanto che non fosse pubblicata sui giornali. Perché? Bontempelli spiega il comportamento del professore con il suo «piacere per la discussione»: stuzzicava i ragazzi giudicando le loro azioni; alcune le approvava, su altre provocava o chiedeva il perché. Dopo aver saputo del no all’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la facoltà, gli studenti presero a guardare Carpi con un occhio diverso: la soggezione non passò, ma era condita da «simpatia».

E per restare ai ricordi di Bontempelli, ce n’è un altro che è tutto un programma. Siamo alla prima riunione del comitato provinciale della neonata Rifondazione comunista e nell’aula c’è «un freddo cane di cui tutti si lamentano, protestando. Ma quando Carpi prende la parola urla: “Non è vero che è freddo”. E si toglie la giacca per dimostrarlo».

Facciamo un salto in avanti fino al settembre 2003: Carpi è sindaco nella “rossa” Crespina e organizza la mostra “Il ritratto storico del Novecento” con opere che ritraggono il Duce. Non basta: al taglio del nastro invita come ospite d’onore il ministro Altero Matteoli di An. Scoppia un putiferio, ma il sindaco si mostra stupito dello scandalo: «In occasione del centenario del nostro comune – spiega Carpi – ho voluto una mostra che raccontasse questo secolo. Il ritratto del potere nel ventennio era Mussolini, la cui politica culturale ebbe un grande impatto sugli artisti. L’avanguardia abbracciò il fascismo e questa mostra è una delle tante testimonianze. Ma questa è arte e i quadri non si nascondono». E l’arrivo del ministro? Carpi candidamente: «I rapporti istituzionali devono essere corretti. Matteoli non è ministro soltanto dei cittadini di destra».

Eppure non ci sono dubbi sulla formazione di Carpi: nel 1967 fu tra gli autori delle “Tesi della Sapienza”, un documento redatto a Pisa che offriva indicazioni su come orientare e organizzare la protesta, partendo da una dura critica al sistema accademico.

L’ultimo aneddoto è forse il più triste: Alfonso Maurizio Iacono, preside di Lettere dopo Carpi, ne traccia «l’amore per la chiarezza, senza ambiguità». Infatti nell’ultimo incontro tra i due, Carpi parlò della sua malattia, commentando: «Mi curerò finché ne varrà la pena». Per Iacono è la testimonianza maggiore della «coerenza con quello che era: un materialista che non indulge ai modi patetici; deciso, lucido ma capace di ascoltare».

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