L’umidità minaccia la Certosa di Calci
Colpa di tetti malridotti e grondaie otturate che la magre finanze della Sovrintendenza non permettono di riparare
PISA. Un faro nella Valle Buia. La Certosa di Calci, piazzata nel verde cupo delle colline pisane, doveva apparire come una grande luce che, con la vita illuminata dalla “grazia” dei monaci, aveva fatto cambiare addirittura il nome al luogo detto poi Val Graziosa. Oggi l’edificio è ancora là, candido e grande, con la sua lunga storia, trasformazioni e vita attuale. Bello e consunto, anche se curato, ha ancora la chiesa, l’ex monastero, celle, cimitero, spezieria, biblioteca, archivio, orti e annessi. Fondata nel 1366 dall’Ordine certosino, sul modello della casa madre di Grenoble, la Certosa accoglieva monaci eremiti e conversi. Passata allo Stato italiano nel 1866, con la chiusura del monastero nel 1969 e la partenza definitiva degli ultimi tre monaci nel 1973, è diventata Museo Nazionale, diviso tra l’Università, che vi ha istituito il Museo di Storia Naturale, e la Soprintendenza.
Nonostante i suoi mali, la magnificenza della costruzione e la ricchezza di testimonianze visive, librarie e storiche, la rendono uno dei più importanti musei della provincia di Pisa, con ben 23.000 visitatori all’anno e, purtroppo, solo otto custodi, molto pochi considerate le varie mansioni. Prima dell’ingresso, nel muro che recinge il complesso, si affaccia la porta dell’antica farmacia, che poteva essere utilizzata anche dalla gente. Rinnovata a fine Settecento, la spezieria è un gioiello con il soffitto decorato, pavimento, vetrine e vasi rifatti in stile. Pochi passi e dalla farmacia si arriva al cancello che divide l’esterno dalla zona monastica e immette nella Corte d’onore. Lo spazio scenografico del vasto cortile, voluto dal priore Giuseppe Alfonso Maggi al quale si deve l’ultimo sfarzoso rinnovamento della Certosa tra il 1764 e il 1797, è opera dell’architetto pisano Niccola Stassi. Sullo sfondo si dipana il grandioso prospetto del monastero con al centro la facciata sei - settecentesca della chiesa. Ai lati brevi ci sono un loggiato e un muro lavorato a grottesco, dietro cui si stendono prati e orti: tutto un gioco di prospettive, secondo il gusto del Settecento.
L’interno della chiesa è un tripudio di barocco, con marmi pregiati, arredi, ricche decorazioni che si sono sovrapposti all’impianto originario, appena percettibile. Brillano gli stalli lignei quattrocenteschi, ma se si alza lo sguardo per ammirare la volta ecco scorgere rigonfiamenti su stucchi e affreschi. È l’umidità che affiora, il vero nemico di tutta la Certosa che minaccia non solo la chiesa ma chiostri, corridoi, soffitti.
«La colpa è dei tetti malridotti e delle grondaie otturate dalle erbacce, che le magre finanze di cui dispone la Soprintendenza non permettono di riparare», spiega Loredana Brancaccio, storica della Soprintendenza, che con una assistente ci accompagna nella visita. La sacrestia del 1790 e le cappelle che si susseguono con gli altari raffinati, gli stucchi e una straordinaria varietà di pavimenti a trompe l’œil, soffrono dello stesso male, bolle, gonfiori, rivoli giallastri di acqua. Nei lunghi corridoi, dove si aprono altre cappelle un tempo destinate alla preghiera dei monaci, gli infissi lignei e i muri affrescati sono corrosi e rovinati dall’acqua che scende dalle malmesse coperture. E poi ci sono i chiostri dell’ex monastero, quello dei Padri con le celle dei monaci e quello della Foresteria. Le piccole celle con orti fioriti come un tempo fanno un certo effetto: lì vivevano i quattordici eremiti tutti di nobile famiglia, in totale solitudine, lettuccio, camino, lavandino e un piano di lavoro. Il cibo transitava attraverso porticine nei muri: arrivava pesce fresco dalla Gorgona, isola di proprietà dei certosini, o allevato nei bacini della Certosa stessa, frutta, verdura. Ma niente carne, proibita. E a proposito di cibo, affascina il grande refettorio con affreschi settecenteschi, in cui spiccano finte architetture, paesaggi agresti, voli di uccelli, tavolate con monaci che mangiano - uno beve un uovo- insieme al granduca Cosimo III, ospite di eccezione. C’è anche Caterina de’ Medici che, con i suoi domestici, serve i monaci nella Certosa di Parigi. E il pensiero corre alla vita di quei tempi, quando carrozze e cavalli battevano le stradine di Calci.
Il chiostro della Foresteria, di straordinaria bellezza con un pozzo su due piani, è in rovina, sbavato d’acqua, i vetri rotti, gli uccelli che svolazzano felici dentro e fuori. Ma non è finito, ci sono molti altri ambienti, le Foresterie dei granduchi e dei benefattori, gli appartamenti granducali, la loro camera da letto con una grande alcova, un salone di ricevimento tutto decorato con finte architetture. Sui muri spiccano i ritratti di Pietro Leopoldo e della consorte Maria Luigia di Spagna. E tutt’intorno verde, orti, prati e se ci si affaccia si vedono in lontananza Pisa, il duomo, la Torre, il mare, Livorno, una visione paradisiaca. Tra i tanti progetti, interessante quello di ricostruire gli orti con le piante officinali con cui i monaci facevano le medicine. Ma c’è ancora una cosa di grande rilievo: la biblioteca con l’archivio. Chiusi dentro preziosi mobili di radica, veri e propri fortini, ci sono libri antichissimi e documenti unici, che nessuno può vedere né tantomeno toccare, se non previa richiesta. C’è persino una pergamena firmata da Matilde di Canossa. Un patrimonio di valore incalcolabile da non lasciare andare in rovina.
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