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La psicosi insoluti semina il panico tra gli imprenditori

La psicosi insoluti semina il panico tra gli imprenditori

PISA. La parola che nessuno vuol sentir pronunciare nel mondo della pelle di Santa Croce e dintorni è: insoluti. È per questo vocabolo che Andrea Mancini si è tolto la vita all’interno della sua...

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PISA. La parola che nessuno vuol sentir pronunciare nel mondo della pelle di Santa Croce e dintorni è: insoluti. È per questo vocabolo che Andrea Mancini si è tolto la vita all’interno della sua azienda. Ed è per questo termine che molte ditte che lavorano per le concerie rischiano la chiusura e guai grossi a livello economico. «Intendiamoci – dice il proprietario di un’azienda che fa lavorazioni sotto vuoto per aziende conciarie, ma che vuol rimanere anonimo per evitare problemi con i clienti – non tutte le concerie sono insolventi. Ma è un fatto che si tratti di un fenomeno in crescita e contro il quale c’è ben poco da fare».

Funziona così: da un lato ci sono concerie che lavorano con le griffe e che, a loro volta hanno i loro contoterzisti di fiducia badando più alla qualità che ai costi, dall’altro esistono realtà che producono pelli di qualità medio bassa e che puntano essenzialmente al prezzo migliore. Nel primo e più frequente caso, i pagamenti da parte delle firme della moda hanno tempi lunghi, ma garantiti. E le banche non hanno problemi a sostenere queste catene produttive, sapendo che i soldi arriveranno con assoluta certezza. Nel secondo caso, il flusso di denaro è spesso un’incognita, con le concerie che scatenano la guerra fra poveri (i contoterzisti) anche per 10 centesimi.

«A me è capitato di ricevere un insoluto da 90mila euro – racconta l’anonimo imprenditore – ma la conceria che non mi ha pagato ha cambiato nome, continuando a lavorare e a lasciare conti da pagare. Stiamo aspettando il concordato. Ma so già che quei soldi non li rivedrò più. E quello che è capitato a me, capita ogni giorno a miei colleghi che si ritrovano con mesi di lavoro non pagato. E banche che non vogliono sentir ragioni sui motivi dei conti in rosso. Ci sono concerie che affamano i contoterzisti e il problema è che questa realtà è conosciuta da tutti, ma nessuno vuol intervenire per riportare un po’ di equilibrio».

È il lato oscuro di un settore che, come dicono i numeri, risulta essere molto meno in sofferenza di altri comparti. «Dipende dai clienti – afferma Paolo Lami, dell’omonima stamperia di Santa Croce sull’Arno – perché chi lavora per le griffe può spostare di qualche giorno il pagamento di una fornitura. Ma alla fine i soldi arrivano. Però è capitato anche a me di ritrovarmi un insoluto da 80mila euro da una conceria che ha chiuso senza dare segnali di preavviso. In quei casi la situazione si fa difficile, perché alle banche non interessano i motivi. Per mia fortuna, ho una clientela piuttosto solida. Ma la parola insoluto, a Santa Croce, è sempre più oggetto di discussione tra gli imprenditori».

Andreas Quirici

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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