Il Tirreno

Pisa

Montesquieu a Pisa fu incantato dall’arte del Bronzino

di Valerio Meattini

Il filosofo illuminista visitò la Chiesa di Santo Stefano ed ebbe modo di apprezzare la Natività: pittura «ottima»

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PISA. Non era certo di gusto sprovveduto il barone di Montesquieu se nel suo soggiorno pisano ha notato la “Natività” del Bronzino nella Chiesa dei Cavalieri. A Pisa vi era giunto il 24 novembre 1728, vent’anni prima della pubblicazione della sua opera più grande: “Lo spirito delle leggi”. Uomo di vasta cultura, capace di padroneggiare argomenti di botanica e fisica come d’economia e di diritto, Montesquieu mostra nel suo diario pisano anche capacità apprezzabili nei giudizi su opere d’arte.

Precisamente cent’anni dopo, Leopardi, che pur amerà Pisa, il suo lungarno, i suoi caffè, la mitezza del suo clima e la bellezza della sua luce, non spenderà una sola parola per le sue glorie architettoniche. Colto come pochi, al suo tempo come nessun altro, Leopardi trascurava l’architettura e la pittura.

Montesquieu, viaggiatore instancabile, mostra invece nei suoi continui soggiorni in Europa non soltanto di voler arricchire quella sfera della politica e del diritto che lo renderà celebre per la teoria del “potere che ferma il potere”, ma di far tesoro d’ogni forma di conoscenza e d’esperienza estetica. Così, nel suo “Viaggio in Italia”, brogliaccio d’innumerevoli osservazioni, accanto alle note sullo stato d’abbandono politico e sociale dell’Italia, sullo spopolamento delle sue città (Livorno è un’eccezione), sulla mendicità ovunque diffusa, sul lazzaronismo meridionale, trova anche il tempo e il piacere per valutazioni artistiche.

Sul complesso di Piazza dei miracoli, Montesquieu dà certo un giudizio improntato al gusto del settecento trovando barbarici gli affreschi del Campo Santo, ma valuta opportuno il distanziamento dei monumenti che ne esalta la grandiosità. Davanti al Lungarno non rimase estasiato come Charles Didier che lo considererà, negli anni trenta dell’Ottocento, il più bel lungofiume d’Europa, però lo paragona a quelli di Parigi, il che equivale a dire che gli piace. Ma è nella Chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano che Montesquieu mostra intuito e sicurezza di giudizio. Dopo aver detto “bella” la “Natività” del Cigoli in San Francesco, di fronte alla “Natività” del Bronzino non ha dubbi: si tratta di una pittura “ottima”. Un tal giudizio non era scontato. Intanto, perché non c’era quella storia canonica dell’arte che permette oggi a chiunque, mediamente colto, di sapere in anticipo se dovrà ritenere grande o non grande un autore e un’opera bella o non bella. Il che, sia detto, non è sempre un vantaggio per lo sviluppo personale del gusto. E poi perché oggi è opera tra le meno conosciute dell’artista che il Vasari disse “veramente rarissimo e degno di tutte le lodi”.

Assente nel gran volume di Maurice Brock sul Bronzino e in altre pubblicazioni recenti e recentissime, un commento tra l’apprezzamento e la critica (troppe figure e opera “non del tutto chiara”) glielo aveva dedicato Arthur McComb nel suo classico libro del 1928. Riconosciamo dunque a Montesquieu di aver dato prova di competenza e coraggio. Una cosa, però, meraviglia nel giudizio complessivo che egli dà dell’opera: la considera “assolutamente indecente”. Il perché? Montesquieu nota che nella scena si “mettono le mani fra le cosce di una donna nuda, che si copre soltanto il seno con le mani. Il seno della vergine è coperto da un velo, che non scende abbastanza”. Non so quanto i 264 anni che erano passati sul dipinto ne avessero oscurato delle parti. Dopo la ripulitura, quel particolare non si vede. La scena in basso a sinistra (per chi guarda), l’unica imputabile, mostra una figura di pastore, con agnello, che s’addossa ad un’altra che parrebbe femminile per il fermaglio della veste, ma con testa di giovinetto. Ambiguità (da cui il Bronzino certo non rifuggiva), ma non indecenza. La vergine poi è pur vestita, anche se non a sufficienza per il grande illuminista. Avrebbe dovuto ricordarsi Montesquieu di quanto mostrato nelle sue “Lettere persiane”: i pregiudizi culturali ci posseggono anche se ci pensiamo illuminati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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