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«Non facciamo allarmismi mortalità sotto la media»
Il professor Bortolotti difende cardiochirurgia dopo l’avvio dell’inchiesta interna «Su oltre mille interventi nel 2006-2011 i decessi sono stati meno del 2 per cento»
PISA. «Su un campione di oltre mille pazienti, in un arco temporale che va dal 2006 al 2011, l’indice di mortalità a trenta giorni dopo interventi di by-pass è inferiore al 2 per cento, al di sotto della media nazionale».
Decessi e statistiche hanno messo di cattivo umore il professor Uberto Bortolotti, friulano di 65 anni, responsabile della cardiochirurgia dell’azienda ospedaliera universitaria pisana. Non è solo questione di numeri quando si parla di salute.
Per l’accademico la pubblicazione dei dati dell’Agenas, l’azienda sanitaria delle Regioni, secondo la quale a Pisa ogni cento operati al cuore ne muoiono 4,32 (la media italiana è del 2,40%), esige un’interpretazione che per il docente universitario e dirigente ospedaliero ne disinnesca la portata allarmistica.
Professore, al di là delle interpretazioni, l’azienda ha avviato un’inchiesta interna per capire cosa non funziona. È stato coinvolto anche il “Centro gestione rischio clinico” regionale. Ci sono stati anche due morti recenti.
«Non nego certo gli accertamenti, ma vanno ribadite alcune considerazioni. Intanto, i dati sulla mortalità citati da Agenas sono grezzi e si basano sulle schede ospedaliere di dimissione. Sono numeri che vanno analizzati. La mortalità operatoria va valutata anche sulla base di diversi profili di rischio del singolo paziente e della gravità della patologia. Questi dati non risultano nelle schede di dimissione».
Ma i dati sono, come si dice in gergo, “aggiustati”, cioè parametrati sui singoli casi.
«Si parla di dati “aggiustati” non per questo tipo di considerazione, ma per calcoli statistici particolari con cui analizzare casistiche più piccole e più grandi da mettere a confronto. La stessa Agenas dice che non sono statistiche significative. Comunque le stiamo verificando».
Quali sono i vostri numeri?
«Abbiamo rivisto la nostra esperienza su un campione di oltre mille pazienti nel periodo 2006-2011. E la mortalità è inferiore al 2 per cento e per lo stesso intervento di by-pass. I dati critici vengono forniti dal “Programma nazionale esiti” e si riferiscono al 2010-2011. Secondo i numeri elaborati dal Pne la nostra azienda è collocata ai primi posti a livello nazionale ed è prima in Toscana. Gli indicatori utilizzati sono sette, di cui due riguardano gli esiti relativi alla cardiochirurgia. Qualcosa vorrà pur dire».
L’azienda ospedaliera dice che sugli indici di mortalità incidono anche le operazioni con una probabilità di riuscita spesso incerta. Le urgenze, però, ci sono ovunque.
«Sì, certo. Ma consideriamo anche un altro dato da rilevare. La nostra attività si caratterizza per un considerevole numero di interventi eseguiti in emergenza che devono essere trattati entro le sei ore da quando si presentano. È chiaro che questo porta a una mortalità superiore alla media. Lo dice l’agenzia regionale di sanità Toscana. Non lo diciamo noi. Nel 2011 la nostra struttura in termini assoluti e di percentuale è stata di gran lunga la prima in questo tipo di casistica. Noi abbiamo il 16 per cento degli interventi eseguiti in emergenza. Gli altri centri vanno dal 4 a un massimo del 9 per cento».
Quanto c’è di vero circa l’ipotesi di fusione con l’Opa di Massa?
«Non spetta a noi decidere. Saranno decisioni prese a livello regionale. Quello che vogliamo sottolineare è che la cardiochirurgia di Pisa non deve essere eliminata. Dobbiamo lavorare per mantenere il reparto in autonomia con la sua dignità di struttura e il ruolo che gli spetta a livello regionale. Amareggia leggere periodicamente notizie, peraltro basate su valutazioni non recentissime, che gettano discredito sul reparto. Stiamo lavorando in maniera molto intensa con impegno non comune per ridare alla cardiochirurgia pisana una visibilità che aveva negli scorsi anni. Abbiamo passato periodi peggiori, supereremo anche questo. Certamente continueremo il nostro lavoro con l’impegno e l’assoluta disponibilità che abbiamo sempre dimostrato verso chiunque si rivolge a noi, dai cittadini ai centri cardiologici del territorio. Alla fine, però, mi domando: a chi giova tutto questo?»
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