Il presidio
Quei pinzi di tàfano Un proverbio alla base del mistero
Lo scrittore Renzo Zucchini ha ambientato a Calci il racconto che uscirà domani per la serie “Il giallo del lunedì”
PISA. Un racconto dove il protagonista Alberto Berti, detto anche Bertuccia, non spiccica una parola d'italiano. Il suo slang è quello classico pisano, un tipo strano che si muove a bordo del suo Apino fino a quando il maresciallo gli chiede conto di un altro personaggio strano, un certo Begna, noto come Càaombrelli. Quest'ultimo è finito all'ospedale, fra la vita e la morte, e il maresciallo chiede a Bertuccia se ne sa qualcosa.
Così prende avvio il racconto "Sette pinzi d'un tàfano…" di Renzo Zucchini per la serie "Il giallo del lunedì" che pubblicheremo domani. L'autore sa destreggiarsi fra trame ricche di mistero e, grazie al vernacolo, dipinge i personaggi di un sano senso dell'umorismo.
«Ho scritto questo racconto per il Tirreno - confida Zucchini - ma l'idea era nata in ottobre cogliendo una discussione fra due persone che avevano avuto una disavventura con i tàfani». L'autore, nato e residente a Calci, dove è ambientata anche la storia, ricorda un proverbio contadino secondo cui sette pinzi di tàfani possono anche uccidere una persona. «La memoria depositata nel proverbio ha registrato delle morti imputabili a quella causa, ma che in realtà era frutto di una forte allergia dei soggetti alla puntura degli insetti» spiega Zucchini il quale mettendo insieme due personaggi i cui soprannomi già ne tratteggiano il carattere - Bertuccia e Càaombrelli - mixando la loro storia col proverbio contadino sui tàfani, realizzando un esilarante racconto che strappa un sorriso dopo l'altro, nonostante ci sia - come il lettore scoprirà- un morto di mezzo. «Quello che volevo raccontare - continua l'autore - era un intento criminale da "Brutti, sporchi e cattivi" pensando un po' al film di Ettore Scola, ma il mio fine era anche di mettere in evidenza l'inconsistenza del movente che sta alla base del delitto».
Infatti, la vittima non ha soldi, non ha famiglia, non ha niente di niente, non è circondato da nessuno che poteva avere interesse ad ucciderlo ed questo che fa impazzire il maresciallo dei carabinieri arrivato a Calci da solo due mesi.
A rendere più intrigante la storia, è la forma con cui Zucchini ha scelto di raccontarla: il vernacolo. «Mi servo del vernacolo messo in bocca a certi personaggi - spiega lo scrittore - perché da un lato ne rende inutili la descrizione e dall'altro perché li caratterizza, esaltandoli. È solo Bertuccia che parla pisano ed in questo modo mi avvicino al timbro realista. Per esempio, se dovessi avere fra le mani un personaggio che è una badante russa, non la farei certo parlare in italiano corretto».
Il vernacolo ci catapulta nella Toscana fatta di personaggi senza fronzoli, che non ha paura di dire quello che pensa, ma che - allo stesso tempo - sa anche nascondere quello che è meglio non dire. Un furbo (il protagonista Bertuccia) che, a suo modo, sa come gira il mondo anche se rappresenta lo spaccato di una società al limite, di chi non si fa scrupoli e non si pone troppo domande.
Nei racconti gialli scritti da Renzo Zucchini, l'investigatore cambia. Mentre la maggior parte di autori gialli si affida in genere al solito investigatore creando un personaggio a cui il lettore si affeziona, lo scrittore di Calci non opera questa scelta. «Costringere lo sviluppo della storia dentro il binario di un personaggio che la riassume in sé e la risolve è una costrizione che non mi va a genio. Comuque, ciò è vero soltanto in parte. Infatti, sta per uscire "La prove del Nove" in cui sono raccolti, appunto, nove racconti di cui quattro vedono lo stesso maresciallo protagonista, ma si resta comunque nello spirito del racconto breve. Nel frattempo, ho terminato un romanzo giallo ambientato nel Gioco del Ponte la cui pubblicazione è concorrenziale alle altre e, quindi, subordinata a ragioni di mercato».
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