Se la burocrazia nega il magazzino a un imprenditore
PISA. Fernando Profeti, titolare della Profeti manufatti di Ospedaletto dal 1984, per la prima volta da quando l’azienda è aperta (nel 1954, fondata da suo padre) ha chiesto la cassa integrazione per...
PISA. Fernando Profeti, titolare della Profeti manufatti di Ospedaletto dal 1984, per la prima volta da quando l’azienda è aperta (nel 1954, fondata da suo padre) ha chiesto la cassa integrazione per i suoi 11 operai: dal 21 dicembre a fine aprile 2013.
Ma quella che sembra una storia come tante altre, che purtroppo si rincorrono in questo periodo di crisi, in realtà è quasi un assurdo burocratico.
Il titolare dell’impresa che produce manufatti in cemento per l’edilizia sarebbe disposto a continuare a far lavorare i suoi dipendenti, ma non ha un posto dove depositare la produzione: cinque anni fa voleva ingrandirsi e trasferirsi sul territorio del Comune di Cascina, zona Ipercoop di Navacchio, dove ha un’area di 30mila metri quadri. La variante urbanistica ha convertito molti dei terreni adiacenti, ma il suo è rimasto agricolo. Poi recentemente ha chiesto almeno di stendere su 10mila metri quadri un “ghiaione” in modo da utilizzare quella superficie come magazzino: il Comune ha accordato il permesso, ma ha chiesto una fideiussione e la liberazione dopo 12 mesi.
Profeti a questo punto ha rinunciato: «E se tra un anno non vendo? Loro intascano la somma?». Il tipo di business svolto impone di «avere sempre materiale pronta consegna, altrimenti i committenti lo cercano da un’altra parte: non si lavora su commissione». Se anche le richieste non sono altissime, Profeti era comunque disposto a continuare il lavoro, «per non mandare gente a casa»; prima o poi avrebbe venduto i suoi manufatti. Ma così diventa difficile: «Sono preoccupato per il futuro», esclama. Il “bello” è che «non abbiamo problemi con le banche».
Ma se i suoi clienti «hanno contratti con enti pubblici che pagano a due anni, a loro volta i clienti hanno difficoltà a pagare noi. Mentre le tasse lo Stato ce le chiede in anticipo su quello che non abbiamo ancora riscosso: ci ammazzano».
Una ditta sana e senza debiti («ogni cinque anni rinnoviamo le macchine») costretta a «fermare gli investimenti» per mancanza di liquidità altrui: «Quest’anno abbiamo rinunciato a prendere due nuovi carrelli elevatori e l’autotreno».
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