Il presidio
Funghi velenosi, il trapianto di fegato non è servito dopo padre e figlia muore anche la madre
Il dramma in una frazione di Cascina: le amanite erano state raccolte dall'uomo. Intossicato anche il nipotino, ma non è in pericolo di vita
CASCINA. È ancora ricoverato all’ospedale di Cisanello il bambino di 12 anni intossicato dai funghi che hanno ucciso sua madre, Simonetta Di Ruscio e i suoi nonni Lino Di Ruscio e Luisa Trombetta. Che si sia trattato - come emerso già dalle prime ore - di un’intossicazione letale da amanite lo hanno confermato anche le analisi tossicologiche eseguite da un laboratorio di Firenze.
LA TRAGEDIA DI CASCINA
Non si è ancora spenta l'eco della tragedia di Cascina. A trovare i funghi sembra essere stato il papà Lino, durante una passeggiata vicino casa. Pare che Simonetta li abbia anche mostrati ad alcuni amici, chiedendo se fossero commestibili o no. Poi, ricevendo rassicurazioni, li ha cucinati, mercoledì scorso, per cena. Funghi che in realtà si sono rivelati velenosissime amanite.
A tavola mercoledì ci sono Simonetta, i genitori e i due figli di 12 e 7 anni: quest’ultimo, però, non mangia i funghi che sono stati cucinati fritti. Gli altri quattro, dopo una notte insonne, vanno in ospedale e qui i medici si rendono subito conto di cosa è successo. Il bambino di 12 anni è ricoverato, ma non è grave. Le sue condizioni vengono considerate «stabili» e gli è stata riscontrata «solo una lieve alterazione della funzionalità epatica, guaribile con la terapia adeguata». Ne aveva mangiata solo una piccola quantità.
UNA CORSA CONTRO LA MORTE
Per gli altri tre comincia una corsa contro la morte, in una lotta impari fra il veleno e la medicina. Fin da subito le loro condizioni appaiono disperate e scatta la procedura del trapianto di fegato. Troppo tardi, per Simonetta, che muore domenica pomeriggio. E troppo tardi per il padre, che muore nella notte fra domenica e lunedì. In serata, dopo aver lottato per lunghissime ore tra la vita e la morte, è deceduta anche Luisa.
L'amanita phalloides, spiegano gli esperti, è «mortale, molto diffuso» e, soprattutto, «confondibile con altre specie commestibili». È stato proprio questo a ingannare la famiglia colpita così duramente dalla disgrazia.
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