Il presidio
Ribot, un cavallo tra i personaggi del secolo
Il giornalista Renzo Castelli dedica un libro al padrone del galoppo europeo a sessant’anni dalla nascita e a quaranta dalla morte. Il volume, edito da Pacini, viene pubblicato nella collana “Ritratti del Novecento”.
A sessant’anni dalla nascita (27 febbraio 1952) e a quarant’anni dalla morte (30 aprile 1972) di un cavallo leggendario, esce, edito da Pacini nella collana “Ritratti del Novecento”, “Ribot, un campione e la sua epoca” (110 pagine, con foto, 14 euro).
Ne è autore il giornalista Renzo Castelli che, tra i venti libri scritti di vario genere (sport, costume, storia e narrativa), aveva già dedicato a Ribot un volume pubblicato nel 1982 e vincitore del premio “Selezione Bancarella Sport”.
Perché questo remake? L’editore Pacini ha voluto inserire il personaggio-Ribot in una collana che vedrà nelle prossime uscite protagonisti Sergio Bernardini, l’inventore della “Bussola”, Indro Montanelli, Curzio Malaparte e altri nomi noti. Un cavallo tra tanti umani famosi è una scelta singolare, ma Castelli ha scritto il suo Ribot con un taglio del tutto diverso, non ignorando ovviamente le grandissime imprese del grande campione del galoppo italiano (sedici corse e sedici vittorie su tutte le piste europee, con il fantino pisano Enrico Camici), ma volendo soprattutto evidenziare l’epoca in cui Ribot realizzò le sue imprese. Ed ecco che le vicende sportive di questo grande campione sono collocate nei favolosi anni Cinquanta, allorché le sue vittorie internazionali contribuirono - questa la tesi di Castelli - a dare prestigio e dignità all’Italia dopo gli anni bui della guerra, insieme a quelle di altri grandi dello sport: il discobolo Adolfo Consolini, lo sciatore Zeno Colò, i ciclisti Gino Bartali e Fausto Coppi.
Il racconto non cede mai all’enfasi, ma ripercorre un’epoca che tanti non hanno conosciuto e in cui la tv si affacciava nel costume degli italiani. Ed era su quella tv in bianco e nero che un cronista d’eccezione come Alberto Giubilo narrava agli italiani le imprese di Ribot sulle prestigiose piste di Francia e d’Inghilterra. In più, la presenza del campione nelle stagioni dello svernamento a Barbaricina, ne aveva fatto una gloria pisana, tanto che in quegli anni anche una squadra di calcio fu chiamata Ribot. Il campione vinse il Premio Pisa nel 1955 con un distacco abissale – una corsa di cui l’autore del libro, allora diciottenne, fu testimone – per poi decollare, padrone del galoppo europeo. Nel 1960 Ribot fu portato negli Stati Uniti, in affitto per farvi lo stallone a peso d’oro. Ma dall’America non tornò mai più, perché l’affitto fu trasformato in acquisto. Fu proprio Renzo Castelli, nel 1984, a scoprire nel Kentucky, dove Ribot era morto, che il suo nuovo proprietario, il petroliere texano John Galbraith, alla scomparsa del cavallo, gli aveva eretto un monumento.
Luca Daddi
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