Il presidio
Le passeggiate in Garfagnana con l’amico Emilio Tolaini
E’ mia costumanza - quando mi è dato scrivere un ricordo per persone passate “agli eterni riposi” - attenermi a due principi basilari suggeriti da Umberto Eco. Primo: l’impulso a scrivere deve...
E’ mia costumanza - quando mi è dato scrivere un ricordo per persone passate “agli eterni riposi” - attenermi a due principi basilari suggeriti da Umberto Eco.
Primo: l’impulso a scrivere deve sentirsi spontaneamente e non spintaneamente (ovvero: su commissione).
Secondo: deve essere passato almeno un mese dall’evento luttuoso, ovvero da quando inizia il processo “cecoviano” della dimenticanza: prima l’immagine, poi la voce e via discorrendo.
Ho conosciuto, molto più dappresso, Emilio Tolaini, una sessantina di anni fa, durante una vacanza estiva in quel di San Pellegrino di Garfagnana, a metri 1525 sul livello del mare.
La “colonia pisana , stanziale a pensione nella locanda “l’Appennino”, era costituita da Renato Gadducci, classe 1910; Luciano Chiti, classe 1915 e da Emilio Tolaini, classe 1923, più, ma molto defilato e, quasi sempre zitto, (riserva in panchina) il sottoscritto classe 1929... salvo se altri pisesi non proclamatisi tali.
Durante le lunghe passeggiate mattutine pei sentieri della faggeta si pasteggiava a discussioni.
Gli argomenti trattati, oltre a quelli classici che si incrociano nelle barberie: donne, sport e politica, rilevai, fin dai primi giorni, ed ebbi eziandio l’intrepidezza di significarlo anche a lor signori, che il denominatore comune a base delle loro trattazioni si chiamava “pettegolezzo” con particolare predilezione per i fatti di corna e di omosessualità.
Però, cosa bislacca in matematica, si appalesava un altro denominatore comune: tutti e tre avevano passione per l’arte e, come suol dirsi, “nella fattispecie” per la pittura.
E se ne intendevano anche o, almeno per me ignorante in materia, parvemi.
E qui, per chi ha conosciuto o anche solo sentito parlare di Emilio Tolaini, lui dettava legge.
Il suo piglio deciso, anticonformista, rugoso, ribelle, risoluto, conscio del suo talento e della sua preparazione, incantava anche quando distruggeva un conclamato assioma.
I suoi giudizi erano terribili, caustici, perentori, inappellabili ma, sempre, magneticamente ganzi. Tali da far esclamare a Renato Gadducci: «O Emilio, mi dici un po’ cosa devo di’ perché tu mi dia ragione?».
E un giorno, parlando del presidente degli Usa, Emilio sentenziò: «È uno di quei bischeri che non sa fare due cose insieme? Sì, per esempio: masticare il chevingum e camminare... a lui non gli riesce!».
Questo era Emilio Tolaini e il suo libro “Forma pisarum”, per chi si azzarda a scrivere cose su Pisa, è la Bibbia, è il testo sul quale si può tranquillamente giurare, è un Ipse dixit di fiduciose certezze.
Potrei continuare ad esporre le sue convinzioni, che ricordo benissimo per averle enunciate in più luoghi e ivi diffuse per più fiate, intorno al problema delle bancarelle nella piazza del Duomo, del trojaio che si rischia col porto di Marina, della “liberazione” di Palermo operata dalla flotta pisana lo die 6 agosto dell’Anno Domini 1063 e...
Ma, tra i consigli agli “epicediografi” dettati dal sommo semiologo citato in principio, ve n’è anche uno che invita a non superare le 50 righe per 3.500 battute.
E il mio computerino mi segnala che ci sono molto vicino, laondepercui mi fermo.
Tanto non ci sarà nessuno che dirà: «Peccato, è già finito».
Casomai la colpa la si dà a Umberto Eco.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google