Il Tirreno

Pisa

«Mai tralasciare il movente economico»

di Candida Virgone

Intervista al generale Garofano, ospite ieri di un master di scienze politiche, sul caso Ragusa: la pista della disgrazia

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LIVORNO. «Restano in piedi ormai - è chiaro - due sole ipotesi: l’omicidio e la disgrazia». Luciano Garofano, biologo forense ed ex comandante dei Ris, di dubbi sul giallo della scomparsa di Roberta Ragusa ne ha tanti, ma non sulle piste che sopravvivono a quasi quattro mesi di indagini dei carabinieri e della procura di Pisa. Lo abbiamo incontrato ieri a Livorno nella pausa della lezione che ha tenuto al master in criminologia dell’ateneo pisano.

Generale, a 112 giorni di distanza dalla scomparsa dell’imprenditrice di Gello, sembra che questa vicenda, anziché aprire spiragli su qualche certezza, diventi sempre più complessa. A meno che gli investigatori non abbiano in mano una carta a sorpresa...

«Quello che è in mano agli inquirenti, ovviamente e giustamente, non lo sappiamo. Possiamo parlare solo in base a quello che emerge dall’esperienza. Fra opinionisti e criminologi da strapazzo, ho sentito di tutto e di più. Ma la verità è che il quadro obiettivo e completo della situazione ce l’ha solo chi ha in mano le carte. Se non si leggono gli atti si può dire di tutto...».

E con certezza cosa si può dire?

«Si possono scartare, chiaramante, tanto che sono già state accantonate, le ipotesi di suicidio e allontanamento volontario. Resta solo l’omicidio, o da parte di chi la conosceva bene, o da parte di qualcuno incontrato per caso: il brutto incontro ipotizzato dall’inizio o anche una disgrazia. Per quanto, se di disgrazia si è trattato, qualche traccia si sarebbe già trovata. La signora esce di notte turbata, vaga, cade in qualche anfratto, si ferisce, le accade qualcosa, oppure va a gettare la spazzatura e incontra qualcuno, che magari conosceva bene le sue abitudini, sapeva che la sera a quell’ora andava a gettare il sacchetto e magari l’ha attesa».

Oppure qualcuno che, anche lui, la conosceva bene e che l’ha fatta sparire?

«Anche. È possibile. È possibile che non si trovi più alcuna traccia, ma allora bisogna pensare a qualcosa di preparato, a un delitto premeditato».

Oggi si punta molto sulla tecnologia, che però spesso, lo dicono i grandi delitti rimasti senza colpevoli, non portano a nulla. Una volta bastava l’intuito, senza il quale non avrebbero senso neanche i grandi personaggi letterari come Agatha Christie o Nero Wolfe. Ma non si confida troppo su grandi mezzi e dna?

«Assolutamente no. Tecnologia e dna hanno risolto tanti casi: bisogna sforzarsi di capire che il panorama sociale è cambiato. Una volta c’era maggiore controllo del territorio, la gente era meno informata sulle indagini, era più portata a dire la verità, a confessare, oggi sono altri tempi. Credo sia molto importante affiancare agli investigatori anche psicologi e criminologi. C’è un sistema fondamentale, si chiama autopsia psicologica: bisogna scavare su abitudini, relazioni, problematiche e si possono ottenere grandi risultati...».

Le ricerche in grande stile partono a quasi quattro mesi dai fatti e in un clima di critica generale. Dal suo punto di vista, bisognava muoversi prima?

«Credo che gli investigatori pisani abbiano fatto un buon lavoro. Bisogna stare dall’altra parte per capire quanto è difficile portare avanti indagini di questo tipo. È importante acquisire vari elementi e poi muoversi, come si sta facendo. E comunque organizzare battute come questa non è semplice: ci vogliono grandi risorse, in termini economici e di uomini, che è arduo mettere insieme».

Secondo la sua esperienza, in una vicenda come questa quali possono essere i moventi e da parte di chi?

«Posso parlare in linea generale: i moventi sono passionali o economici. Scartato il passionale, che a quello che emerge in questa storia non c’è, resta quello economico. Se ci sono i moventi economici possono essere fortissimi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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