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Minorenne rapita al campo di Coltano davanti alla madre
La donna è stata picchiata da tre uomini, forse slavi che sono fuggiti in auto portandosi via la ragazza
PISA. Rapita sotto gli occhi della madre, che è stata picchiata e lasciata a terra piangente. È accaduto ieri mattina al campo nomadi di Coltano. Un episodio misterioso su cui stanno indagando gli uomini della Squadra Mobile della questura e quelli della polizia municipale. Una sedicenne sarebbe stata portata via da tre uomini, si parla di tre slavi, che si sono allontanati con lei su una Opel Corsa nera.
Contrastanti le versioni dei fatti: si è parlato prima di un rapimento, poi una fuga d’amore, probabilmente dovuta ad un filarino contrastato, quella che nel Sud viene definita «fuitina», dunque di un allontanamento volontario, infine di tutt’altra cosa. Sembra che la minorenne avrebbe già tentato di scappare via di casa qualche giorno fa insieme ad una coetanea, ma tutte era stato trovate alla stazione mentre tentavano di prendere un treno. L’amica, andata sposa anche lei, come tante, ad un coetaneo secondo il rito rom, avrebbe raccontato di essere stata quotidianamente sottoposta a violenze e vessazioni inaudite da parte del marito al punto da desiderare di tornare dai genitori, in un campo nomadi di Prato. E da loro sarebbe stata in effetti accompagnata poco dopo.
Ieri è stata portata via improvvisamente la ragazzina che era con lei. A dare l’allarme è stata la madre in lacrime, che si è rivolta alla polizia convinta di un rapimento da parte di estranei. Di tutt’altro parere il padre, il quale ha ipotizzato un finto rapimento che nasconderebbe una fuga volontaria.
Tutte e due le ragazze non apparterrebbero a gruppi assegnataria degli alloggi del villaggio di Coltano e inseriti nel progetto di accoglienza Città Sottili, ma farebbero parte delle baraccopoli spontanea sorta intorno. L’allarme è scattato subito, ma le ricerche per il momento sono senza esito.
Una brutta vicenda ma che porta in sè un vento di novità, la ribellione delle giovani generazioni verso usi e costumi secolari nelle comunità rom, ma oggi più difficilmente accettabili perché il confronto con l’esterno, grazie ai tentativi dei progetti di inserimento, è continuo e tale da portare ad accettare meno abitudini che relegano la donna ad un suolo subalterno e sottomesso. Molte delle bambine e delle ragazze ospiti del campo vanno a scuola e il contatto con i compagni le porta ad apprezzare un mondo esterno dove la vita si svolge in tutt’altro modo, dove un adolescente è una persona che studia, fa sport, esce con amici, è libero di avere un filarino e non venduto per unioni imposte e pagate. Una situazione per molti versi fotocopia rispetto a quella della sposa bambina, per la quale sono finite in carcere sette persone, tuttora sotto giudizio a livello di Corte d’assise. Purtroppo in questo caso sia i genitori della sposa bambina che lei stessa sono da tempo tornati in Kosovo e nessuno di loro si è costituito parte civile nel processo in atto, un particolare che rischia di far naufragare una indagine complessa a livello di forze dell’ordine e di servizi sociali e che avrebbe potuto avere altri risultati e portare vantaggi per tutti.
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