Il ceto medio in crisi d'identità pensa all'immagine
Candida Virgone
Il sociologo Tomei spiega come e perché cambiano i comportamenti nei consumi
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PISA. La logica farebbe pensare che al primo posto nelle spese delle famiglie italiane e quindi pisane possa restare il cibo, un bene prezioso di cui nessuno ovviamente può fare a meno. Ma non è così: paradossalmente, a Pisa sono crollati beni pur necessari come abbigliamento e calzature, ma tengono beni che possono essere considerati di lusso, come la cura della persona (parrucchieri e estetisti) e soprattutto la telefonia e l'elettronica. E se per quest'ultima, che a novembre ha avuto un'impennata, ci può essere la spiegazione del passaggio al digitale, che ha invogliato tutti a comprare tv nuove piuttosto che a tappare la falla con un decoder, resta un mistero come in tempi di crisi epocali come questa si pensi più ad andare a farsi i capelli che non a comprare un etto di prosciutto, pur se il dato di calo sulla spesa alimentare, -3.5%, riguarda in particolare le botteghe. Forse può spiegarci il mutato cambiamento dei costumi di spesa un sociologo. Ne parliamo con il professor Gabriele Tomei, docente di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche del nostro ateneo. «Crisi e povertà ovviamente - spiega Tomei - accentuano certe disuguaglianze. I ceti medio-alti tendono a mantenere il loro standard sociale anche se hanno meno possibilità, quelli medio-bassi continuano a comportarsi come se avessero soldi per una questione puramente identitaria. E' quello che è tipicamente accaduto nei nuovi italiani, quelli di seconda generazione, con adolescenti che tendono ad essere più firmati e con lo stesso tipo di telefono dei coetanei italiani più ricchi, per sentirsi accettati». Insomma, vien fatto di chiedersi, è come quando si osserva che nonostante la crisi, tutti i giovani continuano a uscire ogni sera e a consumare, a qualsiasi ceto appartengano, con i soldi ovviamente delle famiglie. «È così - dice Tomei - Ci sono stili di consumo che hanno una sorta di inerzia, per esempio quelli elaborati dagli Anni Ottanta. C'è da dire poi che la crisi non si è distribuita equamente. Dagli anni Novanta in poi ci sono gruppi sociali che si sono arricchiti a scapito di altri e sui quali quindi si sono spostati i redditi: ad esempio certi autonomi rispetto a certi dipendenti, i pensionati (con magari due o tre pensioni) rispetto ai lavoratori attivi, gli adulti rispetto ai giovani, gli uomini rispetto alle donne, comunque sempre penalizzate. Credo in ogni caso che il picco sul cibo riguardi solo la spesa alla bottega, da anni in crisi rispetto alla grande distribuzione, che ha comunque il 55% dei consumatori. La maggiore tenuta dei servizi della cura della persona rispetto alla spesa alimentare può essere interpretata nella solita chiave di lettura, quella identitaria. Posso nascondere all'esterno che a casa tiro la cinghia, ma fuori passa l'immagine che mi mantengo. Non rinuncio alla mia identità, è una questione psicologica: soprattutto per le donne credo che costituisca un fatto di dignità e una capacità di maggiore difesa». E quando non ci sarà più la famiglia a mantenere certi stati sociali che succederà? «Dipende da quanto dura questa contrazione - spiega il sociologo - Finora in Italia non è accaduto quel che è successo in Grecia e Spagna, perché a difendere tutto c'è stata la famiglia, con le sue ricchezze immobiliari, i patrimoni, la capacità di risparmio, gli investimenti in assicurazioni. Finché la famiglia tiene e riesce a compensare i redditi non prodotti e le carenze nei servizi pubblici, la gente starà buona. Sarà interessante vedere cosa accadrà nel prossimo anno. Quando patrimoni e risparmi saranno erosi del tutto, la famiglia salterà e allora anche qui ci sarà l'esplosione e l'indignazione della gente».
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