Italia
Questa città svogliata ha perso la passione e la voglia di impegnarsi
Marco Barabotti
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Afo Sartori (a sinistra) mentre intervista Enrico Rava 5 MINUTI DI LETTURA
Di una pisanità viscerale e col jazz nel sangue. E con la vocazione di scrittore innovativo, in una sorta di spasticità prestabilita del linguaggio alla Carlo Emilio Gadda, con una variante alla Bianciardi - anticonformista -, ma anche affine a Pratolini, quando ci restituisce nei suoi libri le immagini dei quartieri popolari di Pisa, in tutta la loro vitalità, coralità e pittoresca bellezza. Afo Sartori è una miscela esplosiva di sentori, sapori, umori, profumi, suoni. Come quelli nella «piccola storia, quella dei marciapiedi scantucciati, dei portoni fatiscenti e dei bilicanti terrazzi e del vaso di gentili gerani sul davanzale», riprendendo la frase che compare a pag. 84 di «Si vede non era destino» (edizione il Grandevetro). Frase emblematica come manifesto programmatico di ciò che vuole raccontare della sua Pisa: una grande saga popolare in un vecchio quartiere della città della Torre Pendente, in epoca fascista. Una saga che ha per protagonista la povera gente della zona, cui l'autore guarda con occhi pieni d'amore. Come in «Gente di Pisa»: una città d'altri tempi «che ci mostra l'antico volto ormai dilavato dalla modernità, fatto di personaggi veri e vissuti di cui si è perso lo stampo, e di luoghi che vibrano di un'altra luce», come recita la prefazione e di cui sta per uscire la ristampa con una edizione rivista e aggiornata. Una scrittura poetica e surreale, colta e sensoriale, quella di Afo Sartori, che ha il ritmo del parlato e una sonorità ammaliante, illumina nuovamente quel volto, gradita rievocazione per chi l'ha già visto e tutto da scoprire per i più giovani. Ma se la Pisa di ieri descritta da Sartori era schietta, vibrante e variopinta, quella di oggi l'imbianchino-intellettuale di via Volturno la vive da sonnambulo, proiettato in un mondo in cui non vi si identifica più. «Per fortuna - ci confessa - vista anche la mia quasi veneranda età, oggi giro poco in città. E per quel poco che vedo e che sento, ha cambiato pelle, non è più la mia Pisa. Non ha più neppure gli ori da portare al monte». È di un pessimismo cosmico l'Afo Sartori di oggi. «Vedo che la gente - dice - non ha più voglia di impegnarsi su niente. Dà tutto per scontato. Non esistono più le aggregazioni di una volta, che si connotavano anche per il luogo dove ci si riuniva, come dal Salvini alle Piagge. Magari si sbagliava di brutto, ma ci si impegnava. Oggi c'è un'apatia totale. Si pensa al superfluo, al banale, manca in generale la passione che è quella che illumina l'esistenza». «Pochi capivano il jazz / troppe cravatte sbagliate», canta Paolo Conte. L'onda di Sartori è un po' quella. La sua penna oggi è sempre come un sax che vola da un punto all'altro, crea, distrugge, accosta impagabilmente. Anche quando parla della sua gente. «Mi sono rinchiuso nel mio mondo - dice - fatto di musica e di libri. È qui che esercito la mia voglia di essere e di vivere. Magari incontrando i vecchi amici, pochi, che mi hanno accompagnato in tutti questi anni. Fuori, tutto il resto è noia. Provo una grande malinconia quando vado in piazza delle Vettovaglie e mi ricordo dei vecchi piazziaioli: Berta, la Baronessa, Ugo Franceschi, Moreno, Celestino, Milena Cerretelli con la madre Ildegonda, Ginetto Falciani, Emilio Michelotti, Orlando, Ettore e Silvio Grazzini, Guido Tassi, la famiglia Tredici, i Borsò, Dino Marinelli. Personaggi che ci hanno accompagnato in un dedalo di odori, di profumi, di sentori che hanno caratterizzato la presenza umana della città. Oggi tutto è inautentico. E la piazza ha perso ormai completamente la sua anima popolare». Ma ce n'è anche per il mondo dello spettacolo. «Anche il modo di fare musica - dice Sartori - a Pisa e altrove è diverso. Oggi si pensa solo a confezionare un prodotto turistico e commerciale. Non c'è più il gusto della grande scoperta o del talento da lanciare. C'è molto, troppo dilettantismo. E a restarne invischiato è anche il mondo del jazz, anche se reggono per fortuna grande maestri come Paolo Fresu ed Enrico Rava». È soprattutto sotto le stelle del jazz che pancia-testa-cuore di Afo Sartori viaggiano all'unisono. Qui si accendono le lampadine dei ricordi. Due mirabili incontri della sua vita. «Incontrai Charles Mingus - dice Sartori - nella hall di un albergo di Bergamo, nel 1978. Cercai di approcciarlo con quel poco di inglese che sapevo masticare. Ma non ci capivamo, anche perché lui parlava in un dialetto stretto della sua terra, l'Arizona. Allora decisi di parlare in pisano schietto e lui mi rispose col suo dialetto. Incredibilmente, come succede quando il cuore si spalanca e libera tutta la sua forza spontanea, ci capimmo al volo. Mi domandò cosa sapevo suonare e io gli risposi: "il campanello della bicicletta". Mi abbracciò, nonostante si appoggiasse con difficoltà al contrabbasso, perché già menomato dal morbo di Lou Gehrig che lo portò l'anno dopo nella tomba. Lo rividi alcuni mesi dopo il primo incontro e lui mi riconobbe. "Come stai?", mi chiese in inglese, poi aggiunse tra l'inglese e il dialetto dell'Arizona: "Come stai suonatore di biciclette?!». Non meno emblematico l'incontro con un altro mito del jazz, Chet Baker. «Avevo 16 anni e lo incocciai per la prima volta alla Bussola di Sergio Bernardini - dice Sartori. Per non pagare portai l'astuccio di una tromba, per cercare di confondermi con gli orchestrali. Riuscii nell'impresa, grazie alla sua intercessione, con Bernardini che mi guardò torvo. Lo incontrai di nuovo quando venne a suonare al teatro Verdi, all'inizio degli anni Sessanta. Allora ebbero la malaugurata idea di far combaciare il concerto con la festa delle matricole. All'inizio, quando vi fu la presentazione, lo speaker annunciò: "Chet Baker tromba". Dal teatro si alzò un coro: "Anche noi!, Anche noi!"».
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