Italia
A letto in tenda o nel furgone davanti al lager
Candida Virgone
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PISA. «La nottata? È stata umida, anzi fredda». Claudio Sturlini ha 40 anni e fa l'imbianchino. Non si è mosso dall'ingresso del centro radar di Coltano, per l'intera notte di mercoledì e oggi non lavorerà. Con lui una trentina di persone, tutte intenzionate a non gettare così facilmente la spugna. Sono rimaste a oltranza davanti al grosso recinto di filo spinato che circonda l'ex base Usa, illuminate da fuochi improvvisati serviti anche a riscaldarsi e da un gruppo elettrogeno allestito per l'occasione. La zona col buio piomba in un nero fitto e nel silenzio eterno della riserva, smorzato solo ogni tanto dai rumori della natura ed ora dalle voci di questa gente che ha deciso con la sua presenza di dire «no» al lager sotto casa. «Da qui non ce ne andiano - continua Claudio - anche perché, se leviamo le tende, poi non ci fanno entrare più nella strada». E si è trattato di tende nel vero e proprio senso della parola, perché nella notte fra mercoledì e giovedì, qualcuno, lì davanti, ha montato proprio delle piccole canadesi. E il timore è fondato. A distanza ravvicinata, infatti, nel tratto che unice via Cappellani con via Caligi, attendono i mezzi mobili di Polizia e Finanza bloccando l'ingresso alle auto. Chi c'è, chi non c'è, a parte istituzioni e forze dell'ordine, entra per ora solo a piedi, poi non si sa. Chiara Cavallaro, 32 anni, è non vedente. Insieme ad altri, fra cui l'assessore comunale alle politiche sociali, Maria Paola Ciccone, davanti all'ingresso transennato da mezzi messi a bloccare l'apertura, si è incatenata ad una sedia in segno di protesta: sono le 10 di giovedì. Davanti al centro radar ci sta dalle 13 di mercoledì. «Ho deciso di restare qui con gli altri per protestare e spero che la soluzione alternativa di Rossi trovi udienza». A tratti, durante la notte, ha dormito sul furgone con Claudio, il suo fidanzato. «Poco e male - dice -, per come è possibile farlo in una situazione di disgaio, ma convinta di quello che faccio». Chiara è centralinista a palazzo Gambacorti. «Per stare qui oggi - dice - ho preso un giorno di ferie, perché dovevo farlo. La mia casa è a cinquanta metri da qui, è la più piccola. Quanto sta accadendo è inaccettabile, non è stata una proposta, è una cosa che ci è piombata addosso. A me sta bene che l'Italia sia un paese d'accoglienza, perché è giusto, ma mettere quasta gente qui non sarebbe accoglienza, sarebbe una soluzione assolutamente non dignitosa. Noi invece vogliamo vivere in pace e assicurarci che chi viene stia bene. Da qui comunque non ci muoviamo, perché abbiamo paura che, una volta andati via, non ci facciano più tornare». La madre di Chiara, Laura Ciardi, 60 anni, è arrivata qui all'alba, a portare qualcosa ai suoi. «Intorno vedo solo coltanesi - dice - non vedo pisani, non vedo livornesi, eppure questa è una cosa che riguarda tutti. Faccio solo due conti: noi siamo circa quattrocento, attorniati da seicento rom; se ora arrivano altre cinquecento persone chiuse in un campo che succede? Ci sentiamo in minoranza. Come saremo tutelati? Eppure c'era qui vicino un'ex scuola militare con bagni, cucine e locali adeguati. Perché non si è scelta quella sede». Pasquale Mansueto ha 42 anni ed è titolare di un'azienda agricola: ha dormito sul furgone con l'amico Claudio. «Siamo umidi e stanchi - dice - ma pensiamo di farcela e non ce ne andiamno». «È stata quasi uan nottata in famiglia - racconta Antonio Dell'Omodarme, consigliere comunale Pd -. Il cibo è arrivato da ogni casa della zona. Alcune signore mercoledì sera hanno preparato e portato la cena, ieri mattina all'alba dolci fatti in casa e caffè...».
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