Italia
Indagine sulla falsa fuga di nanoparticelle
Il 10 dicembre una burla al Nest mise in allarme gli abitanti
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PISA. La Digos continua ad indagare su un fatto accaduto meno di un mese fa, quando agli abitanti di alcune vie del centro, per l'esattezza via Garibaldi, via Santa Marta, piazza San Silvestro e via Gioberti, arrivò una presunta lettera del Nest, il laboratorio di nanoscienze della Scuola Normale Superiore, centro di ricerca in cui operano fisici, chimici e biologi. Nello scritto si annunciava l'avvenuta fuga di una sostanza pericolosa nel corso di un esperimento. Gli abitanti di quelle zone dovevano segnalare eventuali sintomi, più vicini all'influenza che ad altro, al centralino del laboratorio della Normale: secondo la lettera, a provocarli poteva essere stata la nanoparticella Csb-150410, concepita - recitava l'insolito messaggio - per la diagnosi precoce del diastema. Ora - a parte il fatto che il diastema altro non è se non lo spazio eccessivo fra i due incisivi superiori, insomma fra i denti, per qualcuno un difetto, per altri attrattiva - a cadere nella rete dei burloni furono anche persone che avrebbero dovuto sapere che non si trattava di una malattia rara o che non perdona. Fatto sta che gli abitanti raggiunti dalla missiva entrarono in allarme, e la Normale, tempestata di chiamate, fu costretta a chiarire che di scherzo di pessimo gusto si era trattato e che di fughe di sostanze non ce n'erano. La nanoparticella in questione, ovviamente, non esiste e studenti e ricercatori del laboratorio hanno chiarito divertiti che nulla del genere si sta studiando al Nest. Meno divertito il neodirettore della scuola, Fabio Beltram. «Uno scherzo stupido - aveva detto - visto che fa preoccupare delle famiglie facendo riferimento ai bambini». La burla in ogni caso era ben concepita: la lettera era scritta su carta intestata, evidentemente ben fotocopiata, del laboratotio, e c'era la firma del direttore, anche questa un ottimo tarocco. Pure il linguaggio poteva far incorrere in errore e comunque, quando si parla della salute pubblica e si fa riferimento, come il messaggio faceva, ai bambini, chiunque si mette in allarme e cade facilmente in errore. Le indagini della Digos hanno già preso una direzione precisa: fra l'altro si sa per certo che la missiva, che recava sopra la busta la dicitura «urgente» in bella vista, sarebbe stata recapitata a mano da una ragazza. L'inchiesta aperta dalla magistratura sul procurato allarme sarebbe comunque a buon punto. Anche le cifre della famosa nanoparticella potrebbero far rimandare ad una data, magari importante per chi ha cercato di spaventare in questo modo i cittadini e danneggiare l'immagine degli studiosi del laboratorio e della scuola. I colpevoli rischiano la condanna a sei mesi. Secondo il codice penale (articolo 658: procurato allarme presso l'autorità) «chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l'autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda da euro 10 a euro 516». Il procurato allarme consiste in atti che fanno scattare le procedure di emergenza senza la presenza di un pericolo reale. Se ne parla spesso insieme all'articolo 656 (pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico), la cui pena base, appunto, è l'arresto fino a tre mesi o un'ammenda di poco superiore a 300 euro.
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