Il Tirreno

Pisa

Negano tutto i cinque nomadi interrogati ieri nelle carceri di Pisa, Livorno e Firenze

Lo sposo bambino oggi dal gup

Candida Virgone
Il campo nomadi di Coltano
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Il campo nomadi di Coltano

Per il clan è solo una questione di soldi legata al mancato saldo della dote

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 PISA. Come in tutte le storie di violenza, ecco lo scontro di due verità a confronto.  Da una parte la versione della ragazzina di 15 anni che accusa una famiglia nomade del campo di Coltano di averla portata, con promesse rivelatesi bugiarde, dal Kosovo in Italia, dove sarebbe stata costretta a lavorare come una schiava e a violenze sessuali da parte del loro figlio, suo coetaneo, dopo un matrimonio con rito rom, non valido per nessuna legge.  Dall'altra i sei arrestati, il ragazzo, sua nonna, i suoi genitori e i suoi zii, che la storia la raccontano in tutt'altro modo.  Rapita? Macché. Sapeva benissimo cosa veniva a fare in Italia ed era contentissima. La prova? Le foto che la ritraggono con la nonna dello sposo bambino sulla torre di Pisa, al campo e in varie situazioni sempre sorridente. Noi ci siamo sposate tutte così: hanno detto le tre donne ai giudici. Non era prigioniera - sostiene uno degli avvocati della difesa - Nicola Giribaldi, di Livorno: tanto che abitualmente prendeva il motorino e andava in città. Insomma due verità completamente diverse.  Ieri mattina in carcere sono stati interrogati i parenti del ragazzo, cinque nomadi arrestati martedì mattina all'alba nel campo di Coltano. La nonna, Nebahat Hamiti, 53 anni, il padre, Haliti Riza, 33, e lo zio del ragazzo, Erizon Mahmuti, 38 anni, che sono reclusi a Pisa, sono stati interrogati dal gup Pietro Murano. La madre, Ibdet Dibrani, è stata ascoltata dal gup Rocchi, nel carcere di Firenze, dove si trova. Nel carcere delle Sughere di Livorno è stata ascoltata Vjolka Dibrani. Questa mattina lo sposo bambino, che si trova nel Centro di prima accoglienza per i minori di Firenze, comparirà anche lui davanti al gup, nell'udienza di convalida per il fermo di pg avvenuto nei suoi confronti nella tarda serata di martedì, con le stesse accuse dei suoi familiari, per cui era stato inizialmente solo denunciato: tratta di persone, riduzione in schiavitù e violenza sessuale. La difesa è composta dagli avvocati Caterina Baroni di Pisa, Luca Cianferoni di Firenze e Nicola Giribaldi di Livorno.  Secondo la versione dei genitori della ragazza, kosovari poverissimi che avrebbero accettato in regalo mille euro, era stato dato l'assenso, ma a nozze legali, una volta che i due ragazzi fossero diventati maggiorenni. Invece la ragazza, uscita a comprare l'abito da sposa coi futuri suoceri, era stata portata via. Dove fosse, loro lo avrebbero appreso quando li aveva chiamati disperata al cellulare, approfittando di un momento di distrazione della famiglia. Per l'altro gruppo sarebbe solo una questione di soldi: era stato un anticipo sulla dote di lui, molto più di mille euro, ma non ancora il saldo.  Dai servizi sociali emerge ancora una terza verità: la rivolta della piccola kosovara avrebbe infiammato più di un animo delle giovani generazioni femminili del campo, che di queste tradizioni, pare, non ne possono proprio più...  

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