Meteo
La gang in cella, ma la tratta delle schiave continuava
Candida Virgone
Arrestato il decimo componente della gang che riduceva in schiavitù le giovanissime rumene
3 MINUTI DI LETTURA
PISA. Continuava, come se nulla fosse, a fare quello per cui tutti i suoi complici, nove persone in tutto, erano stati arrestati all'inizio dell'anno: sfruttava giovanissime ragazze rumene, ridotte in stato di schiavitù, terrorizzate da botte e violenze continue, minacce e insulti. Lo hanno arrestato gli agenti della Squadra Mobile di Pisa, insieme ai colleghi della Polfer livornese, proprio alla stazione ferroviaria di Livorno. Era in compagnia di due ragazzine rumene, terrorizzate da lui, che stava accompagnando proprio a prostituirsi. In carcere, con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, introduzione clandestina nel territorio dello Stato e riduzione in schiavitù, è finito un rumeno di di 37 anni, Petru Sava. È l'ultimo anello di una lunga catena scoperta a gennaio dopo la fuga di una ragazza dal pronto soccorso di Pisa, dove era arrivta con vistosi segni di sevizie e maltrattamenti, datati, su tutto il corpo. È stato seguendo lei che si è arrivati a squarciare un velo su un'organizzazione ramificata che si sviluppava fra l'Italia e la Romania e che sfruttava decine e di decine di ragazze, fra cui molte minorenni, attirate con la solita storia: la promessa di un lavoro sicuro e pulito in Italia e la drammatica scoperta di una realtà brutale al loro arrivo nella penisola, quando venivano scaraventate senza tanti compimenti sulla strada a suon di botte e minacce. L'operazione, intitolata «Taide», fu portata a termine con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Firenze. La ragazza si era fatta medicare ma dopo era fuggita. La polizia aveva scoperto poi che, nel timore che potesse denunciare i suoi aguzzini, era stata tenuta segregata in un appartamento in provincia di Livorno e poi rispedita in patria e messa nella mani dei colleghi rumeni. Pochi giorni dopo, credendo che in effetti li avesse denunciati, i capi dell'organizzazione avevano deciso di darle una lezione: piano scoperto e sventato grazie all'aiuto dell'Interpol, che aveva trovato la ragazza e l'aveva trasferita in una località protetta, da dove lei aveva iniziato a vuotare il sacco e a collaborare con la polizia. Ormai certa di essere libera, fisicamente e psicologicamente, dai suoi carcerieri, la giovane donna aveva svelato ruoli, compiti e modalità del clan. Narrò di essere stata portata in Italia insieme ad altre ragazze, ignara di quel che l'aspettava, di essere stata sbattuta in una casa con altre giovani donne, fra cui una minorenne che le aveva raccontato di aver viaggiato addirittura per giorni chiusa nel bagagliaio di un'auto. L'organizzazione controllava i posti battuti dalle lucciole su tutta la costa tirrenica, da Livorno a Viareggio, imponeva a chiunque battesse il marciapiede l'acquisto dei posti, stabiliva cifre e prestazioni delle ragazze, faceva controllare le minorenni da prostitute più anziane. E contava su una base d'appoggio: la pensione Dante a Livorno, in Scali d'Azeglio, dove la ragazze potevano anche portare i clienti: il gestore era stato denunciato per favoreggiamento.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
