Il Tirreno

Pisa

Una storia Normale Due secoli di vita da Napoleone a oggi

Marco Barabotti
A destra una sezione della mostra al palazzo della Carovana e la visita di Rossi accompagnato da Settis. Sotto Luigi Russo alla Normale nel 1944 e il decreto napoleonico che istituiva la Scuola
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A destra una sezione della mostra al palazzo della Carovana e la visita di Rossi accompagnato da Settis. Sotto Luigi Russo alla Normale nel 1944 e il decreto napoleonico che istituiva la Scuola

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Proprio "Una storia Normale", quella rappresentata dalla mostra per il bicentenario della celebre Scuola di piazza dei Cavalieri, aperta sino alla fine di ottobre (ingresso libero: lunedì 15-18, dal martedì alla domenica 10-18). Per niente sussiegosa. Certo, celebrativa, quindi solenne nella rievocazione storica. Ma anche ironica, gustosa, e con piccoli riflessi di umane debolezze di grandi personaggi che ne hanno scandito la vita. E che conta già 1.500 visitatori in due settimane.  Vedere, ad esempio, quella foto scattata dal basso con un Luigi Russo più imponente della sua stazza da corazziere un po' rotondeggiante, crea un misto di timore, rispetto, che si scioglie subito in un sorriso, letta a distanza di quasi settant'anni. Erano momenti duri. Il grande italianista, messo alla guida dalla Normale dal governo Badoglio, durò poche settimane. Nei concitati momenti politici che seguirono l'armistizio dell'8 settembre del 1943 la Scuola passò sotto il controllo della Repubblica di Salò e Russo venne sostituito da un altro illustre direttore, il matematico Leonida Tonelli. Ma con l'arrivo delle truppe alleate Russo tornò alla guida della Scuola e codificò l'immagine della Normale come Scuola precocemente votata all'antifascismo. («La Scuola che io ora ho l'onore di dirigere, era già nelle nostre mani - di antifascisti - e nelle mani di altri colleghi nel momento stesso che essa si riparava dietro nomi fantasticamente ortodossi»).  Tra i circa 250 i documenti esposti che spaziano dei 200 anni di storia della Normale, non manca neppure un database con l'anagrafe degli oltre 5.200 allievi che sono passati dalla Scuola. Dalla fondazione napoleonica il 18 ottobre 1810 alla rifondazione granducale del 1846. Dall'epoca dell'Unità d'Italia agli inizi del Novecento. Dal ventennio fascista all'età repubblicana. È tutto concentrato lì, nei pannelli espositivi tra Palazzo della Carovana e Palazzo dei Dodici. Volti, scritti autografi, documenti inediti, aneddoti per ricordare le persone, gli eventi, l'evoluzione di un'istituzione unica, nata per garantire ai più meritevoli la possibilità di una formazione ai massimi livelli.  C'è il documento imperiale con cui il 18 ottobre 1810 Napoleone Bonaparte firmò a Fontainebleau il Decreto sull'Accademia di Pisa, che segnò la nascita della Normale. E c'è, nell'epoca granducale, il Nobel Giosuè Carducci che non manca di criticare, con parole di fuoco, l'impronta clericale della Scuola.  Ad ogni fase storica della Scuola, corrisponde un vissuto di documenti e immagini. Come quella della Normale Unitaria, "di orientamento laico", fondata nel 1862 dal ministro dell'istruzione Matteucci. Vi sono le immagini di due direttori illustri: il grande matematico Enrico Betti con quei suoi occhi vivissimi che sembra che schizzino fuori dalle orbite e il ritratto, tra il benevolo e l'austero, dello storico Pasquale Villari. Il tutto condito dalle foto - ma siamo già tra la fine dell'Ottocento e gli inizi nel Novecento - di normalisti e normaliste insieme, con quest'ultime in primo piano: e le donne sono di più, a distanza di meno di un decennio, a connotare un'apertura sempre maggiore della Scuola al genio e all'intelletto femminile.  Fulminante l'epiteto: «Né poveri né ricchi: tutti uguali, perché liberi di cure materiali». Così uno degli allievi illustri della Scuola, Giovanni Gentile, raccontava la sua esperienza di normalista (c'è anche il suo compito - aveva solo 18 anni - che gli valse il posto). Questo, a voler perpetuare l'esempio dell'Ècole Normale Supérieure di Parigi, che nacque per dare agli studenti più meritevoli, indipendentemente dalla provenienza sociale, l'opportunità di accesso alla classi dirigenti. E Gentile vi ritornò poi da direttore, segnando l'inizio di una vera rifondazione, con l'ampliamento dei locali della Scuola e l'incremento degli allievi.  Quegli anni furono segnati da un rapporto complesso con il regime mussoliniano: Gentile poté garantire una relativa libertà di pensiero e di dibattito. E sul pannello della mostra campeggia a caratteri cubitali una frase attribuita a Mussolini dal giornalista e scrittore Yvon De Begnac: «So che la Scuola Normale di Pisa è un nido di vipere. Ma posso togliere il giocattolo dalle mani di Gentile [...]?».  Non mancano cimeli significativi, come i libretti di due allievi eccellenti: il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e quello del Nobel per la fisica Carlo Rubbia.  Ma le nostre sono annotazioni minime, di una mostra ben allestita dall'architetto Andrea Mandara, di facile leggibilità, che anche i pisani non devono perdersi: una volta che la torre d'avorio si scioglie nella città.  

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